PRIMI VENERDì DEL MESE: LA PROMESSA DI GESU’.

Gesù rivela a Santa Margherita Maria Alacoque:primi none 9 venerdi' del mese,devozione sacro cuore

A tutti quelli che, per nove mesi consecutivi, si comunicheranno al primo venerdì d’ogni mese, io prometto la grazia della perseveranza finale: essi non morranno in mia disgrazia, ma riceveranno i Santi Sacramenti (se necessari) ed il mio Cuore sarà loro sicuro asilo in quel momento estremo.

Una volta il Signore, mostrandole il Cuore e lamentandosi delle ingratitudini degli uomini, le chiese che in riparazione si frequentasse la Santa Comunione, specialmente nel Primo Venerdì d’ogni mese.

Spirito di amore e di riparazione, ecco l’anima di questa Comunione mensile: di amore che cerca di contraccambiare l’ineffabile amore del Cuore divino verso di noi; di riparazione per le freddezze, le ingratitudini, il disprezzo con cui gli uomini ripagano tanto amore.

Moltissime anime abbracciano questa pratica della Santa Comunione nel Primo Venerdì del mese per il fatto che, tra le promesse che Gesù fece a S. Margherita Maria, vi è quella con la quale Egli assicurava la penitenza finale(cioè la salvezza dell’anima) a chi per nove mesi consecutivi, nel Primo Venerdì, si fosse unito a Lui nella Santa Comunione.

Ma non sarebbe molto meglio deciderci per la Santa Comunione nei Primi Venerdì di tutti i mesi della nostra esistenza?

Tutti sappiamo che, accanto a gruppi di anime ferventi che hanno compreso il tesoro nascosto nella Santa Comunione settimanale, e, meglio ancora, in quella quotidiana, vi è un numero sterminato di coloro che raramente durante l’anno o solo a Pasqua, si ricordano che vi è un Pane di vita, anche per le anime loro; senza tener conto di quanti neppure a Pasqua sentono il bisogno del nutrimento celeste.

La Santa Comunione mensile costituisce una buona frequenza alla partecipazione dei divini misteri. Il vantaggio e il gusto che da essa l’anima ritrae, forse indurranno dolcemente a diminuire la distanza tra un incontro e l’altro col Maestro divino, fino anche alla Comunione quotidiana, secondo il desiderio vivissimo del Signore e della Santa Chiesa.

Ma questo incontro mensile deve essere preceduto, accompagnato e seguito da tale sincerità di disposizioni che veramente l’anima ne esca ristorata.

Il segno più certo del frutto ricavato sarà la constatazione del miglioramento progressivo della nostra condotta, ossia della maggiore somiglianza del cuore nostro al Cuore di Gesù, attraverso l’osservanza fedele e amorosa dei dieci comandamenti.

“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna” (Gv. 6,54)

LE PROMESSE DI NOSTRO SIGNORE PER I DEVOTI DEL SUO SACRO CUORE

Gesù benedetto, apparendo a S. Margherita Maria Alacoque e mostrandole il suo Cuore, splendente come il sole di fulgidissima luce, fece le seguenti promesse per i suoi devoti:

1. Io darò loro tutte le grazie necessarie al loro stato

2. Metterò e conserverò la pace nelle loro famiglie

3. Li consolerò in tutte le loro pene

4. Sarò loro sicuro rifugio in vita e specialmente in punto di morte

5. Spanderò copiose benedizioni su di ogni loro impresa

6. I peccatori troveranno nel mio Cuore la sorgente e l’oceano infinito della misericordia

7. Le anime tiepide si infervoreranno

8. Le anime fervorose giungeranno in breve tempo a grande perfezione

9. La mia benedizione poserà anche sulle case dove sarà esposta ed onorata l’immagine del mio Cuore

10. Ai sacerdoti io darò la grazia di commuovere i cuori più induriti

11. Le persone che propagheranno questa devozione, avranno il loro nome scritto nel mio Cuore e non ne sarà cancellato mai.

12. A tutti quelli che, per nove mesi consecutivi, si comunicheranno al primo venerdì d’ogni mese, io prometto la grazia della perseveranza finale: essi non morranno in mia disgrazia, ma riceveranno i Santi Sacramenti (se necessari) ed il mio Cuore sarà loro sicuro asilo in quel momento estremo.

La dodicesima promessa è detta “grande”, perché rivela la divina misericordia del Sacro Cuore verso l’umanità.

Queste promesse fatte da Gesù sono state autenticate dall’autorità della Chiesa, in modo che ogni cristiano può credere con sicurezza alla fedeltà del Signore che vuole tutti salvi, anche i peccatori.

CONDIZIONI

Per rendersi degni della Grande Promessa è necessario:

1. Accostarsi alla Comunione. La Comunione va fatta bene, cioè in grazia di Dio; quindi, se si è in peccato mortale, bisogna premettere la confessione.

2. Per nove mesi consecutivi. Quindi chi avesse incominciato le Comunioni e poi per dimenticanza, malattia,ecc. ne avesse tralasciata anche una sola, deve incominciare da capo.

3. Ogni primo venerdì del mese. La pia pratica si può iniziare in qualsiasi mese dell’anno.

ALCUNI DUBBI

SE, DOPO FATTI I NOVE PRIMI VENERDÌ CON LE DEBITE DISPOSIZIONI, UNO CADESSE IN PECCATO MORTALE, E POI MORISSE ALL’IMPROVVISO, COME POTREBBE SALVARSI?

Gesù ha promesso, senza eccezione alcuna, la grazia della penitenza finale a tutti coloro che avranno fatto bene la Santa Comunione nel primo venerdì di ogni mese per nove mesi consecutivi; quindi si deve credere che, nell’eccesso della sua misericordia, Gesù dia a quel peccatore moribondo, la grazia di emettere un atto di contrizione perfetta, prima di morire.

CHI FACESSE LE NOVE COMUNIONI CON L’INTENZIONE DI PROSEGUIRE POI PIÙ TRANQUILLAMENTE A PECCARE, POTREBBE SPERARE IN QUESTA GRANDE PROMESSA DEL SACRO CUORE DI GESÙ?

No di certo, anzi commetterebbe tanti sacrilegi, perché accostandosi ai Santi Sacramenti, è necessario avere la ferma risoluzione di lasciare il peccato. Un conto è il timore di tornare ad offendere Dio, e altro la malizia e l’intenzione di seguitare a peccare.

Messaggio del 27 novembre 1983 (Messaggio dato al gruppo di preghiera-MEDJUGORJE)
Pregate il più spesso possibile questa preghiera di consacrazione al Sacro Cuore di Gesù: “O Gesù, noi sappiamo che tu sei misericordioso e che hai offerto il tuo cuore per noi. Esso è incoronato dalle spine e dai nostri peccati. Noi sappiamo che tu ci supplichi costantemente affinché noi non ci perdiamo. Gesù, ricordati di noi quando siamo nel peccato. Per mezzo del tuo Cuore fa’ che tutti gli uomini si amino. Sparisca l’odio tra gli uomini. Mostraci il tuo amore. Noi tutti ti amiamo e desideriamo che tu ci protegga col tuo Cuore di buon pastore e che ci liberi da ogni peccato. Gesù, entra in ogni cuore! Bussa, bussa alla porta del nostro cuore. Sii paziente e non desistere mai. Noi siamo ancora chiusi perché non abbiamo capito il tuo amore. Bussa continuamente. Fa’, o Buon Gesù, che ti apriamo i nostri cuori almeno nel momento in cui ci ricordiamo della tua passione sofferta per noi. Amen”.

MEDITAZIONI PER I PRIMI VENERDÌ

I VENERDÌ – Il pentimento.

O Cuore di Gesù, fornace ardente di amore per tutti gli uomini da Te redenti con la Tua passione e morte di Croce, vengo a Te per chiederti umilmente perdono di tanti peccati con i quali ho offeso la Tua Maestà infinita ed ho meritato il castigo della Tua giustizia.

Tu sei pieno di misericordia e per questo vengo a Te, fiducioso di ottenere, assieme al perdono, tutte le grazie che hai promesso a chi si sarebbe accostato ai santi sacramenti della Confessione e della Comunione nei primi venerdì di nove mesi consecutivi.

Mi riconosco vile peccatore, indegno di ogni Tuo favore, e mi umilio davanti alla Tua infinita bontà, per la quale mi hai sempre cercato e hai pazientemente aspettato che venissi a Te per godere della Tua infinita misericordia.

Eccomi ai Tuoi piedi, mio amabile Gesù, per darti tutta l’adorazione e tutto l’amore di cui sono capace, mentre Ti supplico: “Pietà, mio Dio, pietà di me secondo la Tua grande misericordia. Nella Tua bontà cancella i miei peccati. Lavami da tutte le mie colpe. Purificami e sarò mondato, lavami e sarò più bianco della neve. Se vuoi puoi guarire l’anima mia. Tu puoi tutto, mio Signore: salvami.”

II VENERDÌ – La fede.

Eccomi, mio Gesù, nel venerdì del secondo mese, giorno che mi ricorda il martirio al quale Ti sei sottoposto per riaprirmi le porte del Paradiso e sottrarmi dalla schiavitù del demonio

Dovrebbe bastare questo pensiero per capire quanto è grande il Tuo amore per me. Invece sono così tardo di mente e così duro di cuore che ho sempre stentato a capirti e a risponderti. Tu mi sei vicino e io Ti sento lontano, perché credo in Te, ma con una fede così debole e così annebbiata da tanta ignoranza e da tanto attaccamento a me stesso, che non riesco a sentire la Tua amorevole presenza.

Allora Ti supplico, o mio Gesù: aumenta la mia fede, annienta in me quanto non piace a Te e mi impedisce di vedere i Tuoi lineamenti di Padre, di Redentore, di Amico.

Dammi una fede viva che mi faccia attento alla Tua parola e me la faccia amare come il buon seme che Tu getti nel terreno della mia anima. Nulla possa turbare la fede che ho in Te: né il dubbio, né la tentazione, né il peccato, né lo scandalo.

Rendi pura e cristallina la mia fede, senza il peso dei miei interessi personali, senza i condizionamenti dei problemi della vita. Fà che io creda solo perché sei Tu che parli. E Tu solo hai parole di vita eterna.

III VENERDÌ – La fiducia.

Mio Gesù, vengo a Te per colmare il mio cuore bisognoso di amore, perché spesso si sente solo. Troppe volte ho avuto fiducia negli uomini e spesso la mia fiducia è stata tradita. Oggi do a Te la mia fiducia, la do a Te nella misura più assoluta, perché so che Tu mi porterai sulle Tue braccia, verso le mete migliori. Tu sei il solo che merita la fiducia dell’uomo: fiducia piena, totale, perché non sei mai venuto meno alla Tua parola. Tu sei il Dio fedele, il Creatore che ha disteso i cieli e gettato le fondamenta della terra. Il mondo dà la vertigine; Tu dai l’amore, la serenità e la pace. Tu dai la certezza di essere salvati e nel Tuo nome ogni venerdi tante anime risuscitano alla vita della grazia.

Nel Tuo nome anch’io oggi risuscito nella certezza di essere salvato, perché Tu lo hai promesso. Con la Tua Grande Promessa hai manifestato la Tua potenza, ma con la Tua misericordia hai dimostrato l’amore. E chiedi a me una risposta d’amore.

Eccomi, o Signore, lo Ti rispondo donando a Te ogni mia fiducia, e poiché di Te mi fido, a Te mi affido, nella certezza che ogni preghiera, ogni rinuncia, ogni sacrificio, a Te offerto con amore, otterrà da Te il cento per uno.

IV VENERDÌ – L’umiltà.

Mio Gesù, io Ti credo presente nel SS. Sacramento, fonte inestinguibile di ogni bene. Per il Tuo Corpo che mi doni nella Santa Comunione, fa che io contempli il Tuo volto nella Patria Celeste. Nell’onda pura del Tuo Sangue immergimi, o Signore, perché io impari che nel nascondimento, nell’umile sacrificio di sé, nasce la pace e la gioia dei cuori.

Il mondo è orgoglio, esibizione e violenza. Tu invece insegni l’umiltà che è servizio, mitezza, comprensione, bontà.

Ti sei fatto mio cibo e mia bevanda con il Sacramento del Tuo Corpo e del Tuo Sangue. E sei il mio Dio! Mi hai così dimostrato che, per salvarmi dovevi farti umile, nasconderti, lasciarti annientare. L’Eucaristia è il Sacramento del Tuo annientamento: chiunque Ti può adorare o calpestare. E sei Dio! L’insipienza umana è capace di ogni profanazione. E Tu chiami con amore, aspetti per amore. Umile e nascosto nel Tabernacolo Ti sei fatto il Dio dell’attesa. Dal profondo del mio nulla Ti chiedo perdono per quando non ho ascoltato la Tua Voce. Mio Signore, in questo quarto venerdì Ti chiedo il dono dell’umiltà. E’ l’umiltà che salva i rapporti umani, che salva l’unità delle famiglie, ma soprattutto è l’umiltà che rende veri e costruttivi i miei rapporti con Te.

Poiché Tu ami gli umili e disprezzi i superbi, fa che io sia umile per poter essere amato da Te. Fa ch’io sappia imitare l’umile Tua Ancella, la Vergine Maria, che hai amato per la sua verginità, ma che hai scelto per la sua

umiltà. E’ questo il dono che Ti voglio portare oggi: il mio proposito di essere umile.

V VENERDÌ – La riparazione.

Vengo a Te, mio Gesù, con tanti peccati e tanti difetti. Tutto mi hai perdonato nel sacramento della Confessione, ma io mi sento ancora debitore di tanto amore di riparazione: amore che cancelli ogni traccia del mio peccato, prima dentro di me, e poi nella Chiesa, mia madre spirituale, che ho danneggiato col mio peccato diminuendo in essa l’amore al Tuo Regno. Per questa riparazione Ti offro il Tuo stesso Corpo immolato e il Tuo sangue versato per la salvezza di molti.

Anche se molto indegnamente Ti offro, in unione con il Tuo divino sacrificio, la rinuncia ad ogni soddisfazione illecita, Ti offro ogni sacrificio richiesto dalla fedeltà ai doveri che ho verso la mia famiglia, i sacrifici richiesti dal mio lavoro di ogni giorno; Ti offro tutte le mie sofferenze fisiche e morali, affinché le coscienze intorpidite, le famiglie malate e sconvolte, i cuori troppo tiepidi ritrovino la via della fede, la luminosità della speranza, l’ardore fecondo della carità. E Tu, mio Gesù

Eucaristico, vieni a me con il Tuo Santo Spirito, Consolatore Perfetto. Illumina la mia mente, infiamma il mio cuore, affinché possa amarti con tutte le mie forze al di sopra di ogni cosa e riparare così i peccati miei e quelli di tutto il mondo. Concedimi di saperti fare amare anche da tutti i miei cari, fin che un giorno ci riunirai tutti nel Tuo Regno eterno per godere della Tua misericordia nella felicità che non ha fine.

VI VENERDÌ – La donazione.

Mio Signore Gesù, Ti sei donato a me nella Santa Eucaristia per dimostrarmi quanto è grande e potente l’Amore Divino.

lo mi voglio donare a Te con fiducia illimitata e senza riserve, perché Tu veda la sincerità del mio amore. Ma proprio perché il mio amore, pur essendo sincero, è tanto debole e distratto dalle cose del mondo, desidero offrirti la mia donazione totale e incondizionata. Confido che Tu, con la Tua grazia, la renda sempre più vera.

lo credo fermamente in Te, quindi Ti cerco amandoti, e Ti dono tutto il mio essere e tutte le cose mie insieme con i miei affetti più cari, fino a costituire con Te una cosa sola, perché la Tua vita pulsi nell’anima mia. Sono certo che se questo avverrà, Tu sarai la consolazione che nessun altro può darmi; sarai la mia forza, il mi conforto in ogni giorno della mia vita. Tu Ti sei donato a me e io mi dono totalmente a Te, perché riesca a capire quanto è grande il Tuo amore.

Tu in questo giorno mi dai la Tua luce a piene mani, e mi fai comprendere che per realizzare questa donazione, devo essere umile e forte nella fede. Per questo ho bisogno del Tuo aiuto, della Tua assistenza, della Tua forza. È quanto Ti chiedo con tanto amore, perché desidero realizzare la più intima vicinanza a Te Eucaristico, non solo oggi, ma in tutti i giorni della mia vita. E Tu, mio Signore, fa in modo che, per questa donazione a Te, io resista a ogni seduzione delle persone, delle cose, del denaro, dell’orgoglio, e sia sempre Tuo testimone, cercando sempre il Tuo amore e la Tua gloria.

VII VENERDÌ – L’abbandono.

Troppe volte mi sono confuso agitandomi. Allora ho perso di vista Te, mio Vero bene, e ho dimenticato i propositi che Ti ho donato nei primi venerdì precedenti.

Ora Ti chiedo, o mio Gesù, di essere Tu a prenderti cura di me e delle cose mie. Mi voglio abbandonare completamente in Te, certo che Tu risolverai tutte le mie situazioni spirituali e materiali.

Voglio chiudere pacificamente gli occhi dell’anima mia, stornare il pensiero da ogni affanno e da ogni tribolazione e rimettermi a Te, perché Tu solo operi, dicendoti: pensaci Tu!

Voglio chiudere gli occhi e lasciarmi portare dalla corrente della Tua grazia sul mare infinito del Tuo amore. Voglio abbandonarmi a Te per lasciarmi lavorare da Te, che sei l’Onnipotente, con tutta la fiducia del mio cuore. Solo voglio dirti: pensaci Tu! Non voglio più preoccuparmi di me, perché sia Tu, che sei Sapienza infinita, a preoccuparti di me, dei miei cari, del mio futuro. Solo Ti chiedo: mio Signore, pensaci Tu. Voglio abbandonarmi in Te e riposare in Te, credendo ciecamente alla Tua bontà infinita, nella certezza che Tu mi addestrerai a compiere il Tuo volere e mi porterai sulle Tue braccia verso ciò che per me è il vero bene.

Nelle mie necessità spirituali e materiali, tralasciando affanni ed angoscie, sempre Ti dirò come ora Ti dico: Signore mio, pensaci Tu.

VIII VENERDÌ – La preghiera.

Devo veramente imparare a pregare. Ho capito che invece di fare la Tua volontà, ho sempre chiesto a Te di fare la mia. Tu sei venuto per gli ammalati, ma io, invece di chiedere a Te la Tua cura, Ti ho sempre suggerito la mia. Ho dimenticato di pregare come Tu ci hai insegnato nel Padre nostro e ho dimenticato che mi sei Padre pieno d’amore. Sia santificato il Tuo nome in questa mia necessità. Venga il Tuo regno, anche attraverso questa situazione, in me e nel mondo. Sia fatta la Tua volontà come in cielo così in terra, disponendo di questa mia necessità come meglio Ti piace, per la mia vita temporale ed eterna.

lo credo che Tu sei la bontà infinita, quindi sono certo che Tu intervieni con tutta la Tua onnipotenza e risolvi le situazioni più chiuse. Se anche il malanno incalza, non mi agiterò, ma chiuderò gli occhi e con tanta fiducia Ti dirò: sia fatta la Tua volontà. E sarò certo che interverrai e compirai, come medico divino, ogni guarigione, anche il miracolo se occorre. Perché non c’è medicina più potente di un Tuo intervento di amore.

Non confiderò più negli uomini, perché so che è questo che intralcia l’operare del Tuo amore. La mia preghiera fiduciosa sarà sempre rivolta a Te, perché in Te credo, in Te spero, Te amo sopra ogni cosa.

IX VENERDÌ – Il proponimento.

Son giunto al termine dei Nove Primi Venerdì da Te richiesti per colmarmi delle grazie previste dalla Tua Grande Promessa. Durante questi nove mesi Tu mi hai aiutato a crescere nella fede e nella vita di grazia. Il Tuo amore mi ha attirato a Te e mi ha fatto comprendere quanto hai patito per salvarmi e quanto è grande il Tuo desiderio di portarmi a salvezza. Tutto l’amore di un Dio si è riversato su di me, ha illuminato la mia anima, ha rafforzato la mia volontà e mi ha fatto capire che a nulla serve all’uomo guadagnare anche tutto il mondo se poi perde la sua anima, perché perduta l’anima è perduto tutto, salvata l’anima è salvato tutto. Ti ringrazio mio Gesù, di tanti doni e Ti offro, quale testimonianza della mia gratitudine, il proposito di accostarmi più spesso ai sacramenti della Confessione e della santa Comunione con l’adorazione, il rispetto, la devozione e il fervore di cui posso essere capace.

E Tu continua ad assistermi, o mio Gesù, con il Tuo amore sempre vigile e sempre misericordioso, perché io impari ad amarti per Te stesso, ancora più che per i Tuoi benefici. Voglio poterti dire sempre con sincerità: Amore mio ti voglio tanto bene. E Tu che hai detto: “Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare” (Ezechiele 18, 15), conduci anche me, perché mi nutri del Tuo amore e riposi sempre sul Tuo cuore.

In particolare voglio offrirti in ringraziamento di tutti i tuoi benefici, il proposito di non lasciare mai la Messa alla domenica e negli altri giorni festivi, e di insegnare anche ai miei familiari l’osservanza di questo terzo Comandamento che Tu ci hai dato perché veniamo ad attingere al Tuo amore la gioia e la serenità che nessun altro può darci.

Messaggi di Maria a Medjugorje sulla devozione al Sacro Cuore di Gesu’

Messaggio del 2 luglio 1983 (Messaggio straordinario)
Ogni famiglia dedichi almeno cinque minuti al giorno di preghiera al Sacro Cuore di Gesù del quale in tutte le case vi sia l’immagine.

Messaggio del 2 luglio 1983 (Messaggio dato al gruppo di preghiera)
Ogni mattina dedicate almeno cinque minuti di preghiera al Sacro Cuore di Gesù e al mio Cuore Immacolato perché vi riempiano di sè. Il mondo si è dimenticato di venerare i Sacri Cuori di Gesù e Maria. In ogni casa siano poste le immagini dei Sacri Cuori e ogni famiglia li veneri. Supplicate ardentemente il mio Cuore e il Cuore di mio figlio e riceverete tutte le grazie. Consacratevi a noi. Non è necessario ricorrere a particolari preghiere di consacrazione. Potete farlo anche con parole vostre, secondo quello che sentite.

Messaggio del 4 luglio 1983 (Messaggio dato al gruppo di preghiera)
Pregate mio figlio Gesù! Rivolgetevi spesso al suo Sacro Cuore e al mio Cuore Immacolato. Chiedete ai Sacri Cuori che vi riempiano del vero amore con il quale potrete amare i vostri nemici. Vi ho invitato a pregare tre ore al giorno. E voi avete cominciato. Ma guardate sempre l’orologio, e preoccupati vi chiedete quando finirete i vostri doveri. E così durante la preghiera siete tesi e preoccupati. Non fate più così. Abbandonatevi a me. Immergetevi nella preghiera. L’unica cosa essenziale è lasciarsi condurre dallo Spirito Santo in profondità! Solo così potrete avere una vera esperienza di Dio. Allora anche il vostro lavoro andrà bene e vi rimarrà anche del tempo libero. Voi avete fretta: volete cambiare le persone e le situazioni per raggiungere rapidamente i vostri scopi. Non vi affannate, ma lasciatevi guidare da me e vedrete che tutto andrà bene.

Messaggio del 19 ottobre 1983 (Messaggio straordinario)
Desidero che ogni famiglia si consacri ogni giorno al Sacro Cuore di Gesù e al mio Cuore Immacolato. Sarò molto felice se ogni famiglia si riunisce mezz’ora ogni mattina ed ogni sera per pregare unita.

Messaggio del 27 novembre 1983 (Messaggio dato al gruppo di preghiera)
Pregate il più spesso possibile questa preghiera di consacrazione al Sacro Cuore di Gesù: “O Gesù, noi sappiamo che tu sei misericordioso e che hai offerto il tuo cuore per noi. Esso è incoronato dalle spine e dai nostri peccati. Noi sappiamo che tu ci supplichi costantemente affinché noi non ci perdiamo. Gesù, ricordati di noi quando siamo nel peccato. Per mezzo del tuo Cuore fa’ che tutti gli uomini si amino. Sparisca l’odio tra gli uomini. Mostraci il tuo amore. Noi tutti ti amiamo e desideriamo che tu ci protegga col tuo Cuore di buon pastore e che ci liberi da ogni peccato. Gesù, entra in ogni cuore! Bussa, bussa alla porta del nostro cuore. Sii paziente e non desistere mai. Noi siamo ancora chiusi perché non abbiamo capito il tuo amore. Bussa continuamente. Fa’, o Buon Gesù, che ti apriamo i nostri cuori almeno nel momento in cui ci ricordiamo della tua passione sofferta per noi. Amen”.

Primo Venerdì – IL FIGLIUOL PRODIGO
La parabola del Figliuol Prodigo (Lc. 15:11-32) ci viene narrata da Gesù per rivelarci la fiamma del suo immenso amore misericordioso verso i peccatori.
Un uomo aveva due figli. Il più giovane, stanco della vita che faceva a casa sua, desideroso di libertà e attirato dalla vita di avventura all’estero, chiede al padre la sua parte di eredità. Secondo la legge ebraica il più giovane di due figli, quando diventava maggiorenne, aveva diritto a un terzo dell’eredità.
Il padre, che amava tanto suo figlio, cercò di dissuaderlo, ma dinnanzi all’ostinata decisione del giovane fece la divisione.
In pochi giorni il figlio vendette terre e immobili della sua eredità, ne realizzò una grossa somma e partì lasciando il padre con un gran dolore nel cuore.
All’estero sperperò il suo denaro in divertimenti e sfrenatezze con compagnie dissolute. Rimasto senza denaro e abbandonato da tutti, cominciò a soffrire la fame. Per colmo di sventura s’abbattè sul paese una terribile carestia tanto che il giovane si venne a trovare in estrema miseria. Che fare? Fu costretto a mettersi a servizio di un uomo del paese, un allevatore di porci, il quale lo mandò a custodire 11 gregge dietro compenso di una misera paga giornaliera. Per un ebreo nulla era tanto umiliante quanto custodire i maiali.
A stomaco vuoto il giovane divorava con gli occhi le carrubbe mangiate dalle bestie, perché il padrone, a cui interessava l’ingrassamento dei maiali più che il giusto nutrimento dei servi, non gliene dava.
Il figliuol prodigo, abbattuto dalla miseria, vinto dalla sventura, tradito dagli amici, riflette sul male fatto, sul dolore recato al padre suo, sullo stato miserevole in cui si trova. Pentito sinceamente e risoluto a riparare, decide di ritornare a casa sua, confidando nella bontà di suo padre, il quale, nonostante le amarezze ricevute da suo figlio, non aveva cessato di amarlo e di sospirarne il ritorno. Ogni giorno al sorgere del sole egli si portava alla vicina collina per scrutare l’orizzonte, e lì senza mai stancarsi cerca avidamente con gli occhi e con il cuore suo figlio, il figlio perduto ma sempre teneramente amato.
Finalmente un giorno scorge sulla lontana strada l’incedere stanco di un giovane. E’ lui. In quel giovane ricoperto di stracci, con i capelli in disordine, senza mantello e senza sandali, riconosce il figlio ingrato partito da tanto tempo con gran baldanza. Il cuore di un padre non s’inganna. Ed ecco che con passo sollecito corre incontro al figlio, se lo stringe al cuore e senza badare al volto sudicio e polveroso, lo ricopre di baci. Incontro commovente! Spettacolo di umiltà, di pentimento e di confidenza da parte del figlio e di immensa misericordia da parte del padre!

Il figlio, umiliato e contrito, gli chiede perdono:
Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te, non Sono più degno di essere chiamato tuo figlio.
In presenza del figlio ritrovato il padre è ricolmo da gioia per il suo ritorno. Un solo sentimento lo domina: l’amore in tutto il suo fervore, la tenerezza più squisita, la misericordia più commovente!… Non l’interroga, non lo rimprovera ma l’abbraccia e lo bacia, ed il figlio, piangendo di pentimento e di gioia, nasconde la sua testa sul petto del padre che l’ama tanto.
Sulla bocca di quel tenero padre risuona una sola parola: Mio figlio! Mio figlio era morto ed è risuscitato! Per mio figlio subito la veste più bella, un anello prezioso, sandali nuovi, un banchetto splendido, una grande festa.

Riflettiamo: la bontà misericordiosa di quel padre è una pallida immagine dell’infinito e meraviglioso amore del Cuore di Gesù verso colui che si pente dei suoi peccati, confida nella sua bontà e gli domanda perdono mediante il Sacramento della Confessione. Si realizza così quanto il profeta Geremia aveva predetto circa 600 anni prima: «Ritorna, Israele ribelle, dice il Signore. Io non ti mostrerò la faccia sdegnata, perché io sono pietoso, dice il Signore. Non conserverò rancore per sempre. Ma tu riconosci la tua colpa, perché sei stato infedele al Signore tuo Dio» (Ger. 3:12-13).
Nella vita di Suor Benigna leggiamo che Gesù diceva a quest’anima privilegiata:
«L’anima non abbia mai paura di Dio perché Egli è sempre pronto a usarle misericordia, e il più grande piacere che possa avere il Cuore di Gesù è quello di condurre al suo Padre il maggior numero possibile di peccatori. Io li amo tanto i peccatori! … Quando un’anima si pente delle sue colpe e le deplora con tutto il cuore, credi tu che io sia così duro da non riceverla? Se pensi così è segno che tu non conosci il mio Cuore… Non si conosce il torto se si fa a Dio dubitando della sua bontà! I peccati possono essere enormi e numerosi, ma purché pentiti e umiliati si ritorni a me, sono sempre pronto a perdonare tutto, a tutto dimenticare! Il mio Cuore non solo compatisce, ma tanto più gioisce quanto più vi ha da riparare, purché non vi sia malizia…, anche le colpe più gravi e vergo gnose diventano per l’anima pentita la pietra fondamentale della sua perfezione».

Diceva Padre Matteo Crawley: « Amate Gesù, amatelo davvero e semplicemente. Siate persuasi del suo amore misericordioso. Quest’amore tutto di misericordia l’ha fatto discendere a Betlemme per rendersi responsabile dei nostri peccati e morire espiando per noi…; questo amore di misericordia va in Gesù fino all’eccesso.., fino alla follia…, ma dunque amiamolo noi pure sino alla follia, viviamo amando. Oh come si respira bene sul Cuore di Gesù! Alcuni dicono che il salvarsi è cosa difficile, io direi piuttosto che non è cosa facile dannarsi, perché bisogna svincolarsi dalle braccia di Gesù. Non vivete di timore, la legge del timore fu spezzata sul Calvario: vivete di amore e comunicate ad altri la dottrina della misericordia. Se ne ha tanto bisogno!
Un giorno in Spagna un Sacerdote, avendomi inteso predicare sulla misericordia del Cuore di Gesù, venne a trovarmi e mi disse: «Padre bisogna anche parlare della giustizia di Dio; i grandi peccatori hanno bisogno di pensarci, specialmente ai nostri tempi…
— Ella è Sacerdote, risposi, ed io pure: orbene mi dica tale grazia non la dobbiamo forse alla misericordia del Signore?
— Oh, sì certamente.
— E nell’ora della morte nostra di che avremo bisogno, di che desidera ella che si parli se non della misericordia?
— Oh sì, verissimo.
— E la misericordia non è forse fatta per i più miserabili, per i più grandi peccatori?… Predico la misericordia perché ho bisogno di misericordia e sento di dover dare alle anime ciò di cui ho maggior bisogno io stesso. Sì, anche ai grandi peccatori conviene parlare di amore e misericordia poiché ne abbiamo tanto bisogno. Osservi che le conversioni ottenute dal timore non sono stabilì. Il Vangelo del Salvatore è Vangelo di amore. Come apostolo ella ha bisogno della misericordia per rialzare tante anime».

Un giorno Gesù, facendo vedere l’inferno a Suor Benigna, le disse: «Vedi, Benigna, quel fuoco!… Sopra a quell’abisso io ho steso, come un reticolato, i fili della mia misericordia, perché le anime non vi cadessero dentro, però quelli che si vogliono dannare vanno lì per aprire con le proprie mani quei fili e cadere dentro, ed una volta che vi sono dentro neppure la mia bontà li può salvare. Queste anime sono inseguite dalla mia misericordia più che non sia inseguito un malfattore dalla polizia, ma esse sfuggono alla mia misericordia! La porta della mia misericordia non è chiusa a chiave, ma è solo socchiusa; per poco che la si tocchi, la sì apre. Anche un bambìno la può aprire, anche un vecchio che non ha più forza. La porta della mia giustizia invece è chiusa e l’apro solo a chi mi costringe ad aprirla, ma io spontaneamente non l’aprirei mai».

Fratello carissimo, che hai deciso di fare i Nove Primi Venerdì per assicurarti il Paradiso, sai cos’è questo Paradiso? Purtroppo su questa terra non possiamo capirlo, non possiamo immaginarlo tanto è al di sopra di ogni nostra aspettativa. Ebbene per dartene qualche pallida idea e per invoghiarti a far bene i primi venerdì ti riporto una visione avuta da S. Giovanni Bosco, il Fondatore dei Salesiani.
«Mi trovavo — così narrava il Santo ai suoi giovani e ai superiori — a Lanzo ed ero nella mia camera. Ad un tratto mi vidi sopra una collina. Lo sguardo si perdeva nell’immensità. La pianura che mi stava dinnanzi era cerulea come il mare, ma quello che vedevo non era il mare. Quella pianura era divisa da larghi viali in vastissimi giardini; gli alberi, i frutti erano bellissimi; le foglie erano d’oro, i tronchi e i rami erano di diamante ed il resto corrispondeva a tanta ricchezza.
Mentre contemplavo questa bellezza, ecco diffondersi una musica soavissima. Erano centomila strumenti e tutti davano un suono differente l’uno dall’altro; a questi si univano i cori dei cantori. Mentre estatico ascoltavo la celeste armonia, ecco apparire una quantità immensa di giovani. La sterminata folla veniva verso di me. Alla testa di tutti avanzava Domenico Savio. Tutti si fermarono davanti a me alla distanza di otto-dieci passi… Allora brillò un lampo di luce, cessò la musica e si fece un profondo silenzio.
Domenico Savio si avanzò solo di qualche passo ancora e si fermò vicino a me. Taceva e mi guardava sorridente. Come era bello! Le sue vesti erano singolari: la tunica bianchissima, che gli scendeva fino ai piedi, era trapunta di diamanti ed era intessuta d’oro. Un’ampia fascia rossa cingeva i suoi fianchi, ricamata così di gemme preziose che una toccava quasi l’altra. Dal collo gli pendeva una collana dì fiori mai visti,
sembrava che fossero di diamanti uniti. Questi fiori risplendevano di luce. Il capo era cinto di una corona di rose. La capigliatura gli scendeva ondeggiamente giù per le spalle e gli dava un aspetto così bèllo, così affettuoso, così attraente che sembrava.., sembrava un Angelo. — Io ero muto e tremante. Allora Domenico Savio disse: Perché te ne stai muto ed annientato?
Non so cosa dire, risposi. Tu dunque sei Domenico Savio ?
— Sono io! Non mi riconosci più?
— (Bosco) E come va che ti trovi qui?
— (Savio) Son venuto per parlarti! Perché dunque sei così smarrito, sgomentato? Fammi qualche interrogazione.
— (Bosco) Io tremo perché non so dove sia!
— (Savio) Sei nel luogo della felicità, dove si godono tutte le gioie e le delizie! — (Felicità secondaria, che consiste nel godimento della natura materiale rinnovata dopo la fine del mondo, come ci dice la parola di Dio: «Ma noi attendiamo, secondo la sua promessa «cieli nuovi e terra nuova», in cui abiterà la giustizia». (2 Pt. 3:13) — «Ecco Io faccio nuove tutte le cose» (Apoc. 21:5).
— (Bosco) E questo dunque il premio dei giusti?
— (Savio) No, no! Qui siamo in un luogo ove non si godono i beni eterni (cioè le incantevoli bellezze che tu ora stai vedendo non sono la felicità primaria, essenziale, che consiste nel possesso e nel godimento di Dio).
— (Bosco) Sono naturali tutte queste cose?
— (Savio) Sì, abbellite però dalla potenza di Dio.
— (Bosco) A me sembrava che questo fosse il Paradiso!
— (Savio) No, no, no! Nessun occhio mortale può vedere le bellezze eterne! (della felicità primaria).
— (Bosco) E voi dunque cosa godete in Paradiso?
— (Savio) Dirtelo è impossibile. Quello che si gode in Paradiso non vi è uomo mortale che possa saperlo finché non sia uscito di vita e riunito al suo Creatore.
— (Bosco) Orbene, mio caro Savio, dimmi quale cosa ti consolò di più in punto di morte?
Forse l’avere conservata la bella virtù della purezza?… L’aver la coscienza tranquilla?… Aver fatto opere buone?…
— (Savio) Ciò che mi confortò di più in punto di morte fu l’assistenza della potente ed amabile Madre del Salvatore, Maria Santissima. E questo dillo ai tuoi giovani! Che non dimentichino di pregarla finché sono in vita!».
Se le meraviglie naturali, abbellite dalla potenza di Dio, avevano talmente incantato S. Giovanni Bosco da fargli credere essere quello il Paradiso, quali saranno le meraviglie soprannaturali? Balbettiamo qualche parola.
«Tutti quelli che andranno in Paradiso saranno di na bellezza e bontà indicibili. Ivi si troveranno soltantoto persone belle e affascinanti, pure e sante, nobili e grandi, caritatevoli e generose, gentili e affabili, simpatiche e cortesi come nessuno sulla terra. Persone fornite di tutte le doti di mente e di cuore e dalle qualità umane piu complete e piu perfette immuni da qualsiasi difetto fisico e morale che possa annebbiare minimamente la serenita perenne della festa del Cielo.
Un giorno apparve a S Teresa d Avila una perso bella e affascinante che la Santa cadde in ginocchio credendo di trovarsi dinnanzi a Dio. Il suo Angelo custode le disse: «Alzati, Teresa, non sei davanti a Dio, ma dinnanzi a un’anima in grazia di Dio».
Se questo è accaduto su questa terra, che sarà in Paradiso nella pienezza della gloria? Inoltre se noi paragoniamo la bellezza alla luce, in Paradiso un Santo è rispetto a un semplice beato come il sole rispetto alla luna.
Della bellezza della Santissima Vergine Maria, della gioia di vederla, amarla ed essere amati da Lei, ce ne danno un esempio S. Bernadetta di Lourdes e Lucia di Fatima.
Bernadetta, giunta sul punto di morire, non voleva ricevere i Sacramenti. La sua Superiora sbalordita le chiese il perché. La Santa rispose:
— Perché sono state già due volte che ho ricevuto il Viatico e l’Estrema Unzione e sono guarita.
— E con ciò cosa vuoi dire? riprese la Superiora.
— Voi non sapete quanto è bella la Madonna e non potete desiderarla. Io che l’ho vista non vedo l’ora di morire per andare da Lei e stare sempre con Lei.
— Ebbene ricevete i Sacramenti e questa volta vi assicuro che morirete. Tutte le suore pregheremo a questo scopo.
A questa assicurazione la Santa ricevette i Sacramenti e dopo morì col sorriso sulle labbra.
Lucia di Fatima vive col desiderio continuo di morire per andare dalla Madonna e si lamenta di questo:
«Di tutto mi ascolta la Madonna, solo di una cosa non mi accontenta: di morire».
Quale felicità darà la visione e l’amore di Gesù? Ce lo dice S. Gertrude. Dopo aver visto una volta Gesù perdette i sensi per lungo tempo. Riavutasi disse:
«Allo sguardo dolcissimo di Gesù fui ripiena ditale felicità che per la grande gioia mi sentii sciogliere i nervi e le ossa come cera al fuoco».

Della bellezza e dell’amore di Gesù possiamo farcene qualche pallida idea concentrando in un’unica persona tutta la bellezza e tutto l’amore di tutte le creature umane. Ma della bellezza e dell’amore della Divinità, della felicità di contemplare e possedere la Santissima Trinità non possiamo farcene alcuna idea perché non abbiamo e non possiamo avere nessun termine di paragone. Immagina l’incanto di tutte le melodie e di tutte le armonie più belle di tutti i musicisti della terra. Riunisci in uno l’incanto di tutte le aurore di tutti i tramonti, di tutti i panorami, di tutte le galassie. Immagina la bellezza e la bontà di tutte le donne e di tutti gli uomini più belli e più buoni. Concentra in uno tutte le dolcezze provate da tutte le creature umane con i loro sensi sulla terra. Ebbene tutto questo è troppo poco per poter immaginare l’amore, la bellezza, l’armonia, la dolcezza di Dio. La Beata Angela da Foligno, convertitasi a 26 anni, dopo la morte del marito, e consacratosi a Dio, fece da allora una Vita santissima di preghiere, di penitenze e di opere sante. Fu favorita da Dio da meravigliose visioni che il suo Confessore trascrisse sotto dettatura di lei nel Libro delle mirabili visioni» Ebbe la fortuna rarissimaa di vedere ancora in terra Dio a faccia a faccia.
Dopo una di tale visioni disse: «Concentrate in uno tutte le gioie e tutti i piaceri che hanno goduto, godono e godranno sia lecitamente che illecitamente tutti gli uomini e le donne della terra dall’inizio alla fine del mondo, ebbene io in un solo istante della Visione di Dio ho goduto immensamente di più».
Il 25 gennaio 1558, festa della conversione di S.Paolo, Santa Teresa di Gesù ebbe una delle più alte visioni della sua vita: «Mi apparve — dice la Santa — intera l’Umanità Santissima di Gesù Cristo mentre assistevo alla S. Messa. Era in quella forma in cui sono soliti dipingerlo risuscitato, ma di una bellezza e maestà incomparabili. Se in Cielo vi fosse soltanto l’eccelsa bellezza dei corpi gloriosi e quella in particolare dell’Umanità di Nostro Signore, il piacere che se ne proverebbe sarebbe veramente immenso». Per questo S. Paolo, dopo essere stato rapito al terzo cielo, disse:
«Occhio umano non ha visto, orecchio umano non ha udito, né è entrato nel cuore dell’uomo quello che Dio ha preparato per coloro che lo amano» (I Cor. 2:9).

Esempio

Il Padre Parnisettj S.J. che pubblicò nell’opuscolo La Grande Promessa – ed. L.I.C.E. – Torino» la relazione datagli dal Sacerdote di cui il Sacro Cuore si servì per la conversione del suo antico compagno di collegio, tace per doverosi riguardi il nome del protagonista e la città dove avvenne.
N.N. da giovanetto aveva compiuto in collegio con Sincera pietà la pratica dei nove Primi Venerdì, ma poi traviò e si diede ad una vita scandalosa.
Ottenuto un impiego in una Banca, ben presto venne licenziato perché spendeva assai più denaro di poteva provenire delle sue entrate. Andò in Inghilterra dove per poter vivere fece il cameriere ma dopo un anno di peripezie lo ritroviamo nella sua natale irrimediabilmente consumato a 23 anni della tisi, conseguenza dei suoi disordini. La morte si avvicinava a grandi passi, il corpo si ma l’anima indurita non si- commuoveva e resisteva ai ripetuti inviti della divina Misericordia. Il moribondo non voleva saperne di riconciliazione con Dio, respingendo alcune pie persone che s’industria- vano per farlo confessare.
Ma il Cuore di Gesù vegliava su quel povero peccatore e con amorosa provvidenza ispirò un pio Sacerdote, già compagno di collegio del moribondo, ad andarlo a visitare. L’ammalato riceve il Sacerdote soltanto come amico. Appena questi accenna alla confessione l’infermo scatta a dire:
— Se non hai altro da dirmi puoi andartene…: ti ricevo come amico e non come prete. Vai via, non voglio preti. Inutilmente il Sacerdote cercò di soggiungere qualche buona parola per calmano.
— Finiscila, ti ripeto, io non voglio preti.. te ne vai sì o no?
Ebbene, continua il Sacerdote, se proprio vuoi che me ne vada, addio mio povero amico!… e si avvia per uscire rivolgendo un ultimo sguardo di compassione al morente ed esclamando: Questa è la prima volta che non si vedrà mantenuta la Grande Promessa del Sacro Cuore!…
— Che cosa dici? — replicò con un fu di voce il moribondo.
Il Sacerdote ritornato presso il letto: — Dico che sarebbe la prima volta che non si vedrebbe realizzata la Grande Promessa fatta dal Cuore di Gesù di concedere una buona morte a quelli che avranno fatto le nove Comunioni nei primi venerdì del mese.
— E che c’entro io con questo?
Altro che c’entri! Non ricordi, caro amico, che in collegio abbiamo fatto insieme queste Comunioni dei primi Venerdì? Tu le hai fatte con sincera devozione perché allora amavi il Cuore di Gesù, e vorresti ora resistere alla sua grazia con cui t’invita al perdono con misericordia infinita?
Mentre così parlava, l’ammalato si era calmato, lacrime di dolore gli rigavano il volto e singhiozzando disse:
— Amico, aiutami! Aiutami tu, non abbandonare questo povero disgraziato!… Va subito a chiamare uno dei Padri Cappuccini della chiesetta qui vicina…
Ricevette gli ultimi Sacramenti con edificante pietà e benedicendo l’eccesso di misericordia usata a lui dal Cuore di Gesù, moriva con segni consolantissimi della sua eterna salvezza.

Secondo Venerdi: LA MERITRICE DI MAGDALA
Siamo a Magdala, paesino sulla riva occidentale del lago di Tiberiade. Un giorno un fariseo, di nome Simone, invita Gesù a pranzo.
Secondo il costume orientale di allora i pranzi di gala si facevano non a porte chiuse, ma a vista di tutti. Chi organizzava tali conviti doveva rassegnarsi a tenere il suo cortile aperto a tutti i curiosi. Per gli Ebrei il mangiar bene, l’essere fortunati e in agiatezza era ritenuto un segno della benevolenza divina. La tavola veniva allestita nella sala più spaziosa o, all’occorrenza, anche nel cortile. In occasioni di grandi ricevimenti c’era tutto un cerimoniale da osservare prima ancora di mettersi a tavola. Dapprima si presentava un servitore con un bacile e una brocca d’acqua. Gli invitati si sedevano e si lasciavano lavare i piedi, cosa necessaria per la polverosità delle strade e il modo di calzare i sandali di cuoio: sudore e polvere accumulata rendevano indispensabile tale cortesia, giacché per mangiare ci si stendeva sui divani e non bisognava insudiciarli. Altro segno di cortesia consisteva nel versare sul capo, sulle braccia e sui piedi degli invitati un po’ d’olio profumato; il caldo della giornata rendeva la pella rugosa e provocava prurito, ed un piccolo massaggio eseguito con materia lubrificante addolciva e calmava l’irritazione, lasciando una reale. sensazione di benessere. Inoltre l’olio profumato neutralizzava l’odore sgradevole del sudore. Si passava poi nella sala del banchetto, dove il padrone di casa salutava gli ospiti baciandoli e facendo i convenevoli di uso. Quindi ci si metteva a tavola sdraiandosi sui divani attorno a una tavola a ferro di cavallo con i piedi distesi verso l’esterno.
Alla festa di Simone non mancavano i suoi amici farisei che non vedevano di buon occhio Gesù e quindi rimproveravano a Simone il suo gesto imprudente. Questi fa rilevare ai suoi amici di aver invitato Gesù non per ammirazione e deferenza, ma solo per curiosità, tanto è vero che non gli ha fatto alcun segno di cortesia richiesto dal cerimoniale: non gli ha lavato i piedi, non l’ha unto di olio profumato, non l’ha baciato…
Gesù si sente spiato da mille occhi, ma anche lui guarda i suoi ospiti e fra poco emetterà il suo giudizio infallibile.
Incomincia il banchetto e a un certo momento si vede arrivare attraverso il cortile una donna con un vaso di olio profumato. E Maddalena, nota in tutto il paese come «la meretrice». Ella, saputo che Gesù era stato invitato a pranzo da Simone, va a trovarlo.
Questa donna di cattivi costumi pensa che Gesù, conoscendo bene il suo pentimento, non la disprezzerà, poiché lei è decisa a cambiar vita. Non è più una peccatrice, una donna di strada che ha venduto il suo corpo al capriccio degli uomini. Lei ha ascoltato la parola di Gesù e ha capito ch’Egli annunzia l’amore vero e più bello. Rinunzia alla vita cattiva fatta fino allora e vuole iniziare una vita nuova di purezza e di amore. Ne è tanta felice che ha volùto estemare la sua riconoscenza a Colui che l’ha liberata dalla vergogna e ha rinnovato il suo cuore. Commossa si mette a piangere le colpe passate e bagna i piedi di Gesù con lacrime di riconoscente amore, li asciuta con i suoi capelli, li unge con olio profumato e glieli copre di baci. Gesù lascia fare pur sapendo che le colpe di quella infelice, nota a tutti, solleveranno l’indignazione degl’invitati.
Simone è pentito di averlo invitato, sente l’imbarazzo dei suoi amici farisei e pensa dentro di sé: Se costui fosse un profeta, saprebbe quale donna è colei che lo tocca: una peccatrice pubblica. Dovrebbe respingerla subito!
L’errore di Simone sta nel dire che la Maddalena « una peccatrice», mentre lei «era stata una peccatrice», perché adesso non lo è più. Ora vuole solo espiare, umiliarsi e ringraziare il suo Liberatore.
Gesù, rispondendo al segreto pensiero di Simone e degli altri convitati, dice al fariseo: « Simone vorrei dirti una cosa». — Maestro, dì pure. — «C’era una volta un banchiere che aveva due debitori: il primo gli doveva 500 denari (moneta locale di allora), l’altro 50. Trovandosi tutti e due in condizione di non poter restituire, il banchiere condonò loro il debito. Secondo te, chi dovrebbe essere più riconoscente?
— Evidentemente quello che ha avuto il maggior condono.
— Ottima risposta… Ora vedi questa donna: quando sono entrato da te, tu non mi hai dato l’acqua per lavarmi i piedi, lei invece li ha bagnati con le sue lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato il bacio di benvenuto, ma lei da quando è entrata non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai fatto versare dell’olio profumato sul mio capo, e lei ne ha bagnati perfino i miei piedi. Per questo ti dico:
«Le sono perdonati i suoi molti peccati perché ha molto amato, invece quello a cui si perdona poco, ama poco». Quest’ultima frase «quello a cui si perdona poco, i poco», va capita bene perché molti Santi avevano poco da farsi perdonare, ma amavano molto lo stesso perché, data la loro delicatezza di coscienza, il più piccolo peccato lo piangevano per tutta la vita perché offesa di Dio, dispiacere a Gesù. Del resto anche il più piccolo peccato è una cosa grave perché impedisce l’ingresso in Cielo e deve essere purificato con una sosta più o meno lunga in Purgatorio.
– Gesù poi, commosso dal pentimento di quella donna, volgendosi a lei, le dice: «Ti sono rimessi i tuoi peccati».

Gesù non solo perdona la Maddalena, ma la riabiliterà agli occhi del mondo intero ricevendola a fianco di sua Madre nel numero delle pie donne che saranno testimoni delle ultime sue sofferenze (Marco 15:40). E dopo la sua resurrezione Gesù, non ricorda altro che l’amore puro e ardente della sua illustre penitente, la favorì di una delle sue prime apparizioni (marco 16:9), e la inviò ai suoi Apostoli, diventando apostola degli Apostoli. Ecco perché fino alla riforma liturgica alla Messa in suo onore caso unico si recitava il Credo.
Termino l’episodio con l’epilogo di questa meravigliosa storia. Si legge nella vita di S. Margherita da Cortona che un giorno Gesù, volendola rafforzare nella pratica generosa della penitenza, le apparve accompagnato da S. Maria Maddalena, di cui la Chiesa si preparava a celebrare la festa: «Vedi tu — le disse Gesù — quella a cui perdonai nella casa di Simone il fariseo? Quella veste di argento che copre le sue spalle, quei diamanti splendenti sulla sua corona, quella gloria che la circonda, sono il premio della sua penitenza. E poiché Margherita continuava a piangere per i suoi peccati, Gesù le diceva: Margherita, sei la mia peccatrice! Voglio servirmi dite per attirare altri peccatori a salvamento… — Sublime!
Un giorno Gesù diceva alla sua confidente, Suor Benigna: « Le anime più miserabili, più deboli, più inferme, sono i clienti più buoni dell’amore, quelli che la misericordia stima di più… e queste anime splenderanno in Cìelo come gemme e saranno la corona della Divina Misericordia; Io non cerco altro che di usare sempre misericordia; l’usare la giustizia per me è come andare contro corrente, mi tocca fare violenza! — Io, Dio di amore, vado in cerca di ciò che il mondo disprezza, abborisce, abbandona cioè dei poveri peccatori, e dopo averli convertiti, con le finezze della mia carità e con le industrie della mia misericordia, se trovo la corrispondenza che cerco, ne fo dei capolavori di santità».
Ecco il Cuore di Gesù nella meravigliosa effusione del suo amore misericordioso! Quale mirabile e confortante dottrina! Confidiamo sempre nella bontà misericordiosa del Sacro Cuore di Gesù, perché l’abisso della nostra miseria chiama l’abisso senza fondo della sua misericordia ed approfittiamo della Sua Grande Promessa dei Nove Primi Venerdì che è frutto della sua misericordia portata all’eccesso.

Fratello carissimo, che hai già iniziato la pratica in onore del Cuore di Gesù, per fortificare la tua volontà nel respingere le insidie che il demonio ti tenderà per scoraggiarti e farti interrompere i primi venerdì, ti riporto la visione dell’ìnferno avuta dai tre fanciulli di Fatima, per farti vedere da quale immensa disgrazia scamperai se tu compirai bene i detti nove primi venerdì, perché, per la promessa esplicita del Cuore di Gesù, chi farà la Comunione nei primi nove venerdì del mese non morirà senza aver il tempo di ravvedersi e di salvarsi.
Scrive Lucia di Fatima: «Vedemmo come un mare di fuoco. Immersi in quel fuoco i diavoli e le anime, in forma umana, come braci trasparenti e nere o bronzee, che fluttuavano nell’incendio e venivano trasportate, assieme a nuvole di fumo, dalle fiamme che uscivano da loro stesse. Esse cadevano da ogni parte, uguali al cadere delle scintille nei grandi incendi, senza peso né equilibrio tra grida, gemiti di dolore e disperazione che suscitavano orrore e facevano tremare di paura. I demoni si distinguev0 per le forme orribili e schifose di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti come neri carboni roventi. — Spaventati e come per chiedere aiuto, alzammo gli occhi alla Madonna che ci disse con bontà e tristezza: «Avete visto l’inferno dove cadono le anime dei poveri peccatori!» La visione dell’inferno aveva spaventato terribilmente i tre fanciulli e il suo pensiero li tormentava. Ti riferisco qualche osservazione di Giacinta, la più piccola: «Quella gente he vi si trova, brucia ma non muore!.., e non diventa cenere! poverini!
Dobbiamo pregare e fare tanti sacrifici per scampare i peccatori dall’inferno! L’inferno!. l’inferno!… che pena mi fanno le anime che vanno all’inferno! e le persone colà vive bruciano come legna nel fuoco!..
Lucia, io vado in Paradiso, ma tu che resti quaggiù, se la Madonna te Io permetterà, dì a tutti com’è l’inferno affinché non commettano più peccati e non precipitino più in esso. Tanta gente cade nell’inferno!… tanta gente!…».
La visione dell’inferno aveva talmente terrorizzata questa bambina di sette anni che tutte le penitenze e le mortificazioni le sembravano un nulla purché servissero a preservare qualche anima da esso.

Esempio : CONVERSIONE DI UN FEDERALE

Questo fatto accadde nel periodo in cui l’autore del presente libretto studiava nel Seminario di Catania.
Durante il fascismo c’era a Catania, quale federale onnipotente per tutta la provincia (il «federale» era il rappresentante del Partito Fascista in ogni provincia), l’avv. Pietro Angelo Mammana, di pessimi costumi. Tra le sue innumerevoli malefatte, un giorno aveva dato uno schiaffo a un giovane perché portava al petto il distintivo di Azione Cattolica (c’era allora un po’ dì attrito tra il Vaticano e il Partito Fascista per il moviento dell’Azione Cattolica Italiana che Mussolini non vedeva di buon occhio); glielo aveva strappato, gettato a terra e pestato, dicendo: Ora vai a dirlo al tuo Vescovo!
Un giorno d’estate, durante l’ultima guerra, assistendo con una sigaretta accesa, nella sua villa di Trecastagni, al travaso di benzina da una macchina all’altra fatto dal suo autista, la benzina s’incendiò e Mammana fu avvolto dalle fiamme. Accorsi con delle coperte, i familiari gli spensero le fiamme addosso e quindi lo ricoverarono all’Ospedale Vittorio Emanuele di Catania. Le fiamme gli avevano bruciato tutta la pelle, per cui non poté essere coperto con lenzuola perché si appiccicavano le carni. Dovette essere messo sopra una incerata e coperto con un’altra incerata.
Chiese subito un prete. Nella stanza accanto alla sua c’era ricoverato il Sac. Giuseppe Consoli, residente nella Chiesa di S. Giuliano in via Crociferi a Catama. Egli accorse subito. Il federale Mammana, dopo avergli raccontato l’accaduto, gli disse: «Quando fui avvolto dalle fiamme sentii una voce che mi diceva:
“Dovresti morire e andare all’Inferno, ma ti aspetta misericordia perché hai fatto i Nove Primi Venerdì… Se tu non l’avessi fatti quando eri ragazzo, ora ti avrei portato con me all’Inferno!”».
Quindi si confessò e comunicò con grande pentimento e devozione. Non volle ricevere nessuno: né amanti, né amici, ma soltanto il Sac. Consoli. Per i tormenti si torceva come un verme, ma ripeteva continuamente: Me lo merito! Me lo merito! Sopravvisse 15 giorni in quei tormenti e morì pienamente rassegnato e riconciliato con Dio.

Terzo Venerdì – GIUDA E PIETRO
All’apostolo Giuda che sta per tradirlo (Gv. 13:1- Il) Gesù lava i piedi per toccarne il cuore e muoverlo a ravvedimento. Ma Giuda rimase insensibile. — Dice la B. Emmerich nelle sue visioni sulla Passione che Gesù piangeva nel lavare i piedi di Giuda. — Una belva si sarebbe commossa, ma il cuore del peccatore diventa spesso una pietra che niente riesce a scalfire. Tuttavia il Cuore di Gesù insiste. Nel giardino degli Ulivi tenterà fin l’ultimò sforzo per salvare il suo apostolo infedele. Nel momento che costui con un perfido bacio compie l’orribile delitto del tradimento, Gesù, invece di svergognarlo e di rigettarlo, gli dice nel tono del più dolce e tenero rimprovero: «Amico, che sei venuto a fare qui? (Mt. 26:50).
Ma Gesù come potè sopportare che quel traditore imprimesse le sue labbra impure sul suo volto divino? Gesù avrebbe dovuto almeno schivare quell’infame bacio. Non volle farlo per dare a Giuda una nuova prova della sua compassione e della sua misericordiosa bontà ardentemente bramosa d’intenerire il cuore del suo apostolo, di farlo pentire del suo delitto e conquistarlo di nuovo al suo amore.
Fatica inutile! Giuda, insensibile ed avido di denaro, tradirà il divino Maestro per trenta monete d’argento, che era il prezzo fissato dalla legge per la vita di uno schiavo. Dopo aver compiuto l’atroce misfatto, l’apostolo traditore, ad un certo momento, illuminato dalla grazia divina che lo vuole salvare, rientra in sé stesso, sì rende conto del gravissimo peccato commesso, però invece di pentirsi, di chiedere perdono, di consolare il Cuore di Gesù con il suo ravvedimento, s’impiccherà disperato.

La colpa più grave di Giuda non è tanto il tradimento, già predetto dai profeti e da Gesù stesso, ma di aver diffidato della bontà di Dio: Il mio peccato è troppo grande! Gesù non mi può perdonare! — Questo è il vero peccato. Dicono i Santi che un peccatore, il quale nella sua vita ne ha commesso di tutti i colori, che per lunghi anni ha violato tutti e i i Comandamenti, offende e contrista Dio più con la sfiducia nel perdono che con tutta una vita di peccati, perché offende, quello che Dio ha di più caro: la sua Misericordia.
L’apostolo Pietro è il Capo scelto da Gesù per la sua Chiesa (Mt. 16: 18-19), è colui che riceverà tutti i poteri di Gesù Cristo fino alla potenza di fare miracoli (At 3: 1-8+5:12-15+9:32-41). Orbene dopo tante e magnifiche promesse e privilegi che mai né Angeli, né uomini avevano udito, che cosa divenne Pietro, il Capo incontrastato del Collegio Apostolico, il confidente del suo divino Maestro, il testimonio privilegiato della sua gloria (Mt. 26: 37 e Mc. 14: 33) e della sua tristezza (Mc. 14:72)? Divenne un rinnegatore di Gesù e non una sola volta, ma per ben tre volte. A Pietro presuntuoso (Mc. 14: 27-31) che diceva: Signore, anche se tu fossi occasione di caduta per tutti, non lo saresti per me! Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò!, Gesù risponde: «In verità ti dico che proprio tu, in questa notte, prima che il gallo canti due volte, tu mi rinnegherai tre volte».
Ed infatti in quella stessa notte Pietro, prima che Un gallo delle vicinanze cantasse per la seconda volta, aveva già rinnegato vigliaccamente per ben tre volte il suo divino Maestro. Al secondo canto del gallo egli si ricordò della predizione di Gesù, che proprio in quel momento passava nel cortile fra le guardie e lanciava uno sguardo di compassione sul suo povero apostolo che franava nel buio del peccato. Quello sguardo gl’illumina l’abisso in cui era caduto, riconosce il suo grande peccato, se ne pente amaramente, scoppia in pianto e in cuor suo implora il perdono di Gesù. — Una antica tradizione dice che S. Pietro, desolato e piangente, andò a rifugiarsi presso la Madonna. Imitiamolo.

Tanto Giuda quanto Pietro hanno tradito e rinnegato il Signore. Però mentre Giuda, dubitando della bontà misericordiosa di Gesù, si dispera e si uccide, Pietro al contrario si pente e confida nella divina misericordia, chiede perdono a Gesù che, senza rimproverarlo affatto, non solo lo perdona ma, dopo la sua resurrezione, lo confermerà nella sua carica di Capo supremo della sua Chiesa.
Riflettiamo allora e non dimentichiamo mai che i peccati di una persona, anche se sono molto numerosi e gravi, scompaiono nell’abisso della Misericordia di Dio come una goccia di acqua scompare in mezzo al mare. Bastava che Giuda avesse detto: Signore, ti ho gravemente offeso, me ne pento sinceramente, perdonami! Gesù non solo l’avrebbe perdonato, ma chissà quali meraviglie avrebbe operato in lui, così come fece con l’apostolo Pietro! Perciò non disperiamo mai, ma confidiamo sempre nella bontà misericordiosa di Gesù.
Gesù diceva alla sua confidente Suor Benigna:
« Scrivi, Benigna, apostolo della mia Misericordia, che la principale cosa che desidero che si sappia è che Io sono tutto Amore e che la più grande pena che si potrebbe fare al mio Cuore sarebbe dubitare della mia Bontà. Il più grande danno che il demonio fa alle anime, dopo aver fatto loro commettere il peccato, è la sfiducia. Se un’anima confida ha ancora la strada aperta, ma se il demonio giunge a chiudere il cuore con la sfiducia, oh quanto mi tocca lottare per riconquistare quell’anima! E certo che cento peccati mi offendono più di uno, ma se quest’uno fosse di diffidenza mi ferirebbe il Cuore più di cento altri, perché la sfiducia ferisceìl mio Cuore nel più intimo. Amo tanto gli uomini!».
Queste parole concordano e confermano quanto Gesù disse a S. Caterina da Siena: «I peccatori che in punto di morte disperano della mia misericordia, mi offendono molto più gravemente e mi disgustano più con questo che con tutti gli altri peccati commessi… La mia Misericordia è un numero infinito cli volte maggiore di tutti i peccati che si possono commettere da una creatura».
Al riguardo scrive S. Teresa del B.G.: «Non perché sono stata preservata dal peccato mortale io mi elevo a Dio con la confidenza e l’amore. Ah! Io sento che, quand’anche avessi sulla coscienza tutti i peccati che si possono commettere, non perderei nulla della mia confidenza, ma andrei col cuore contrito dal pentimento nelle braccia del mio Signore. So che Egli predilige il figliuol prodigo, ho udito le sue parole a 5. Maddalena, alla donna adultera, alla samaritana. No, nessuno potrebbe atterrirmi perché so come regolarmi nei riguardi del suo amore e della sua misericordia. So che tutta quella moltitudine di offese si inabisserebbe in un batter d’occhi come una goccia d’acqua gettata in un braciere ardente».
Quanto afferma S. Teresina lo mise in pratica un grande peccatore: Carlo De Foucauld. Nel mese di giugno del 1916, in una insurrezione a Tamanrasset, l’illustre Padre Carlo De Foucauld veniva assassinato da uno di quegli indigeni per i quali aveva sostenuto tanti sacrifici e persecuzioni. Morte gloriosa la sua! Dopo aver conquistato con una dura penitenza di 30 anni la palma delle più eroiche virtù, il Padre De Foucauld otteneva pure quella del martirio.
Orbene la salita di P. De Foucauld a così grande altezza di santità è tanto più ammirabile in quanto egli è risalito dal più basso fondo dell’immoralità. Già a 16 anni egli aveva gustato abbastanza il fango dell’impurità. Diventato Ufficiale di Artiglieria si distinse fra tutti i suoi colleghi per la condotta disonesta. La sua sfrenatezza scandalizza così i suoi compagni d’armi che giungono al punto di chiamarlo «il porco». In Algeria infrange la disciplina militare per la sua immoralità e si ribella agli ordini dei suoi superiori che gli impongono di mandare via la donna dei suoi disordini! …
La misura è colma: la degradazione è completa; Carlo De Foucauld è caduto fino in fondo del precipizio! Ebbene nel fondo di quell’immondo e inestricabile burrone la misericordia sconfinata di Dio gli fa sentire la sua voce. Nell’abisso in cui è caduto Carlo sente il fetore dei suoi molti peccati, ma non si scoraggia. Confidando nella bontà misericordiosa di Dio, Carlo si pente dei suoi peccati, decide di cambiare vita. Si presenta a Parigi a Padre Huvelin una sera del 27 ottobre 1886, s’inginocchia ai suoi piedi e confessa tutta la sua vita. Si rialza completamente trasformato. Da quel momento la vita dell’ex ufficiale sarà interamente consacrata al Signore. Scopre che la siia vocazione è il deserto. Costruisce un eremitaggio nel centro dell’Algeria e lì passa la vita in penitenza e preghiera per la conversione del mondo mussulmano.
Per 27 anni non dormì mai una sola notte nel letto, ma ora su una stuoia per terra, ora su una cassa o sul pavimento della chiesa. Una volta fu sorpreso a dormire in sacrestia così stretta che non poteva distendersi. A chi gli faceva notare il disagio, rispose: Gesù sulla croce non era steso. — Aveva scelto come norma di vita «Ad ogni minuto vivere come se dovessi morire martire stasera». La grazia di Dio non solo lo perdonerà, ma Io fece salire per il monte della virtù fino a condurlo alla vetta splendente della santità. Fratello carissimo, forse tu sei sfiduciato per la tua grande debolezza, senti tanto l’orrore dell’abisso che le tue colpe hanno scavato tra te e il buon Dio e ti pare impossibile poter risorgere dalla tua misera condizione. No, fratello mio, allontana questi pensieri e fatti coraggio: Gesù ti aspetta con gioia fra le sue braccia per darti il bacio del perdono con la stessa compassione con cui il padre del figliuol prodigo accolse il figlio suo che ritornava pentito alla casa paterna. Tante umili creature pregano e soffrono per la conversione di peccatori, quindi anche per te. Queste anime sconosciute, che solo nell’eternità potrai incontrare, ti aiuteranno a riaccendere la fiamma della tua fede, e fortificare la tua debole volontà per abbandonare la via insidiosa del peccato e a rimetterti sulla via del Cielo. Imita Carlo De Foucauld, pentiti dei tuoi peccati, confessati con dolore, confida nell’infinita misericordia del buon Gesù, fai bene i Nove Primi Venerdì, così anche tu ti assicurerai la salvezza eterna, il Paradiso.

Esempio

Nella città di Guadalajara, in Messico, un povero massone era agonizzante. Due membri della loggia massonica lo sorvegliavano perché nessun prete lo avvicinasse. Sconfessare la setta massonica alla fine della vita con una conversione a Cristo è il delitto più grave che il massone possa commettere.
I vicini di casa, accortisi del fatto, andarono ad avvisare il R. Games, salesiano, apostolo dei giovani univ.rsitari di Guadalajara, tipo burbero, deciso, coraggioso, che non si fermava di fronte a nessuna difficoltà.
— Vado subito — rispose il P. Games.
Si vestì in borghese, con un cappellaccio in testa e due rivoltelle ai fianchi, prese la SS. Eucarestia, l’olio degli infermi e andò alla casa indicata. Col calcio della rivoltella picchiò tre colpi alla porta. I due massoni di guardia vennero ad aprire e P. Games li affrontò così:
— Il Capo vuole che andiate a prendere una boccata d’aria e a bere alla sua salute. Vi sostituisco io. I due furono contenti della proposta e prima di andarsene gli dissero:
— Stai attento al P. Games, che potrebbe venire a rovinarci tutto!
— Se viene il P. Games — rispose — lo saprò accogliere io come si merita — e fece vedere le armi.
I due se ne andarono e P. Games entrò, chiuse la porta a chiave e si precipitò verso il moribondo, che giaceva nel suo letto.
— Che cosa hai fatto — gli gridò — per meritarti una grazia simile?
Il poveretto nel vedere quel figurone, con quelle rivoltelle, mandò un gemito, temendo che gli affrettasse la morte.
Allora P. Games si tolse il cappello, lasciò le rivoltelle e con voce più amabile disse:
— Io sono il P. Games e sono venuto a confessarti, a comunicarti e ad aiutarti a morire da buon cristiano. Che cosa hai fatto per meritarti questa grazia?
— Oh, benedetto il Signore, benedetta la Madonna! — mormorò il morente. — Sono stati fedeli. Quand’ero ragazzo ho fatto la Comunione riparatrice ai Primi Nove Venerdì del mese e ai Cinque Primi Sabati del mese, e il Sacro cuore di Gesù e il Cuore Immacolato di Maria non si sono dimenticati di me, povero peccatore, nell’ora della mia morte.
Al P. Games non riuscì difficile disporre il malato alla confessione, al Viatico e al Sacramento degli infermi. Poi ottenne che il malato firmasse due copie di una dichiarazione, nella quale rinunziava alla massoneria e attestava di voler morire da buon cattolico. Il P. Games controfirmò, lasciò una copia sul tavolo e partì portando con sé la seconda copia.
Quando i due custodi ritornarono e videro il malato cambiato e lessero la dichiarazione, non poterono che esclamare: — Il P. Games ce l’ha fatta! — E dovettero allontanarsi.
Il P. Games poté ritornare, vestito da prete, ed assistette il malato fino alla morte edificantissima. Più tardi anche i due vollero l’assistenza religiosa del P. Games e morirono in pace con Dio e con la Chiesa.
(Dal periodico, « Il Santuario del Sacro Cuore» di Bologna del i giugno 1980).

 

Quarto Venerdì – SACRO CUORE DI GESÙ, CONFIDO IN TE
Una delle più terribili tentazioni di cui spesso sono assalite anche le anime pie è quella dello scoraggiamento e della sfiducia, per cui il demonio presenta Dio come un padrone austero, un giudice senza pietà che tiene sempre in mano la spada della sua giustizia inesorabile pronto a far cadere su di loro i fulmini della sua collera.
«Chissà — va sussurrando il tentatore — se Dio ti ha perdonato! Sei poi sicuro d’esserti confessato bene?… di aver detestato sinceramente le tue colpe?… di essere in grazia di Dio?… No, no!.:. non è possibile che Dio ti abbia perdonato!» — Contro questa tentazione occorre ravvivare lo spirito di fede che ci mette davanti un Dio tutto pieno di bontà e di misericordia, sempre disposto ad accogliere il peccatore e sempre pronto a perdonano.
Bisogna credere fermamente all’amore di Gesù per ciascuno di noi. Noi siamo molto più miserabili di quanto possiamo credere, ma la nostra immensa miseria attira la sua infinita misericordia. Bisogna aver fiducia nell’amore misericordioso di Gesù non malgrado le nostre miserie, ma proprio a causa delle nostre miserie perché è la miseria che attira la misericordia. Dice P. Giraud M.S.: «Le meraviglie dell’amore di Dio, sono talmente grandi che ci lasciano quasi incerti se crederle o no, perché noi siamo così meschini da non poter capire una persona dal cuore magnanimo, dal cuore superiore».

S. Agostino spiega così la parola «misericordia»: «miseris cor dare», dare il cuore ai miseri, un cuore che si dona ai miserabili, un cuore che si nutre delle miserie consumandole. Tante volte noi, vedendoci sempre indegni, sempre codardi che cadiamo ad ogni istante, siamo tentati di sfiducia. Ebbene in questi momenti di diffidenza riflettiamo che l’amore di Gesù è senza limiti, che la sua misericordia è senza confini, infinita. Riflettiamo che per il Cuore di Gesù il perdonare è un bisogno, è una gloria, è una gioia.
a) È un bisogno — perché la sua misericordia non può esercitarsi se non trova miserie da distruggere.
b) È una gloria — perché i peccatori salvati dal i: suo amòre misericordioso splenderanno come gemme e saranno la corona della divina misericordia.
c) E una gioia — perché tutto il Paradiso si rallegra e fa festa con Lui alla loro conversione. Quindi ci vuole non diffidenza, non scoraggiamento, ma grande fiducia nella inesauribile bontà misericordiosa del buon Gesù; ci vuole molta umiltà per le nostre cadute; vero pentimento per avere offeso Dio e volontà seria di non farlo più con l’aiuto del Signore.
Non dimentichiamo che tra il Padre giustiziere e noi miserabili peccatori c’è un ponte di speranza: il Figlio Misericordioso! — «Guardate — Egli ci dice — la mia mangiatoia, la mia croce, la mia Eucaristia. Fiducia! Voglio colmare l’abisso della vostra paura con l’abisso della mia misericordia. Quel che più mi offende è la vostra diffidenza! ».
Voi che non siete mai soddisfatti delle vostre confessioni, che ritornate con frequenza sui peccati tanQuarto te volte accusati, ascoltate: — Una persona scrupolosa, che aveva fatto una dozzina di confessioni generali, si preparava un giorno a confessarsi. Dopo un accurato esame scrive i suoi peccati, si esamina ancora e fa delle aggiunte alla lista già lunga. Poi va a inginocchiarsi al confessionale, spiega il suo foglio e, moltiplicando i particolari, fa la sua confessione. Dura lungamente la sua accusa che è ascoltata in silenzio. Finalmente si ferma. — Figlia mia, c’è altro?
— Sì, balbetta lei, c’è ancora questo e poi quest’altro… poi… — si ferma una seconda volta. — Figlia mia, c’è ancora un’altra cosa: c’è l’oltraggio che mi reca la tua diffidenza!…
Turbata, smarrita solleva gli occhi. Il confessionile era vuoto: al posto del confessore le aveva risposto Gesù stesso. Non è male fare lunghe confessioni, ma vivere di paura è dubitare del Cuore di Gesù che è venuto a stabilire la legge della grazia e della misericordia. Mostrargli che temiamo è ferirlo al Cuore. Sapete qual’è stata la più grande sventura di Giuda? Il suo tradimento? Il suicidio? No! stato il non aver creduto all’amore misericordioso di Gesù; l’aver dubitato della sua infinita bontà.

Comprendiamo dunque finalmente che Gesù è venuto per i peccatori e che chiede un amore tutto pervaso di fiducia. Capì bene questo il buon ladrone. Egli, legato alla sua croce, osserva il comportamento di Cristo. — Dall’alto della croce, a cui era inchiodato, Gesù sta per parlare. La prima parola che dice non assomiglia affatto alle parole di bestemmia e di maledizione solite ai condannati amorte, ma: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc. 23-24). Egli domina l’odio, la violenza e la vendetta non solo contro i soldati romani, che compiono un dovere, ma soprattutto contro i suoi veri nemici: gli Scribi, i Farisei, i Sommi Sacerdoti e gli Anziani del popolo. Questa preghiera e la calma, la pazienza e la mansuetudine di Gesù impressionano fortemente il mal- fattore che sta alla sua destra. La sua mente s’illumina di una viva fede che gli fa confessare la divinità di Gesù, gli fa vedere la bruttura dei suoi delitti, lo fa pentire e chiedere perdono al divino Condannato. Il suo cuore è confortato da una grande fiducia nell’infinito amore misericordioso del Signore per cui gli rivolge una preghiera ardente: «Signore, ricordati di me quando sarai nel tuo regno» (Lc. 23-42).
Il buon ladrone ha le mani piene di iniquità, ma importa poco. Il suo pentimento e la sua fiducia bastano al Cuore di Gesù, che, dall’alto della croce, Canonizza il primo Santo: «Oggi sarai con me in Paradiso. Per te non ci sarà inferno, non ci sarà purgatorio. Quello sguardo fiducioso che mi hai rivolto, quell’incontro dei nostri sguardi, tu nella mia misericordia ed io nella tua fede e nel tuo pentimento, ti ha purificato in un istante per i miei meriti infiniti. Eccoti ora puro e pronto per il Paradiso».
Diceva Gesù ad un’altra anima privilegiata, Suor Consolata: «S. Disma in croce ha un solo atto di confidenza in me e tanti peccati, ma in un istante è perdonato e nel giorno stesso del suo ravvedimento entra a possedere il mio Regno ed è un Santo. Vedi il trionfo della mia misericordia e della confidenza in Me! O Consolata, tu confida, confida sempre… perché Io sono buono, sono immensamente buono e misericordioso e non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva».

A questo punto, per ravvivare la speranza di quelle anime pie che soffrono per il timore eccessivo, talora opprimente, di non conseguire l’eterna salvezza, — (e poiché questa mancanza di speranza cristiana mentre da una parte nuoce all’anima, dall’altra offende il Cuore di Gesù nel suo intimo, cìoè nel suo amore misericordioso e nella sua volontà salvifica) — riporto quanto Gesù stesso diceva, in altra occasione, alla sua confidente. 1115 dicembre 1935 Gesù faceva scrivere a Suor Consolata per tutte le anime quanto segue: «Consolata, sovente anime buone, anime pie e molto spesso anime a Me consacrate, con una frase diffidente feriscono l’intimo del mio Cuore: Chissà se mi salverò! Apri il Vangelo e leggi le mie promesse. Alle mie pecorelle ho promesso: «Io do loro la vita eterna e in eterno non periranno e nessuno le strapperà dalle mie mani (Gv. 10:28). Hai capito, Consolata? Nessuno può strapparmi un’anima. Perché allora il dubbio: Chissà se mi salverò!, se Io nel Vangelo ho assicurato che nessuno può strapparmi un’anima e che do a questa anima la vita eterna e quindi non perirà? Credimi, Consolata, all’inferno ci va chi vuole, cioè chi vuole veramente andarci perché, se nessuno può strapparmi un’anima dalle mani, l’anima, per la libertà concessale, può tradirmi, rinnegarmi e passare di propria volontà al demonio. Oh, se invece di ferire il mio Cuore con queste diffidenze, pensaste un po’ al Paradiso che vi attende, perché io vi ho creati non per l’inferno ma per il Paradiso, non per andare a fare compagnia al demonio, ma per godermi eternamente nell’Amore. Vedi, Consolata, va all’inferno chi vuole andarvi! … pensa come è stolto il vostro timore di dannarvi». — (Gesù si riferisce qui all’eccessivo ed ingiustificato timore che talvolta opprime anche le anime pie). — « Dopo che per salvare la vostra anima ho versato il mio sangue, dopo che per una intera esistenza l’ho circondata di grazie, di grazie, di grazie… all’ultimo istante della vita, quando sto per raccogliere il frutto della Redenzione e quindi quest’anima sta per amarmi eternamente, Io, che nel santo Vangelo ho promesso di dare ad essa la vita eterna e che nessuno me la strapperà di mano, me la lascerò rubare dal demonio, dal mio peggior nemico? Ma, Consolata, si può credere a questa mostruosità? — Vedi, l’impenitenza finale è per quell’anima che vuole andare all’inferno di proposito e quindi ostinatamente rifiuta la mia immensa misericordia, perché Io non rifiuto il perdono a nessuno, a tutti offro e dono la mia immensa misericordia, perché per tutti ho versato il mio Sangue, per tutti! — No, non è la moltitudine dei peccati che danna l’anima, perché Io li perdono se essa si pente, ma è l’ostinazione a non volere il mio perdono, a volersi dannare». — (Tale ostinazione, dice S. Tommaso, equipara gli uomini ai demoni).

Le ultime parole di Gesù — «Non è la moltitudine dei peccati che danna l’anima… ma è l’ostinazione a non volere il mio perdono, a volersi dannare» — trovano una conferma in un fatto mistico (bilocazione) di Edvige Carboni. L’episodio è stato testimoniato dalla sua intima amica, Vitalia Scodina, al Processo di Beatificazione.
«Un giorno io — è Vitalia che parla — mi trovavo in casa di Edvige, era presente anche Paolina (sorella di Edvige). La vedemmo assorta in preghiera e la sentimmo pronunziare parole di questo genere: “Tu devi convertirti… se vuoi essere eterno nemico di Dio, lo sarai” Quando si riebbe, la sorella le chiese a chi mai dovessero riferirsi quelle parole. Essa rispose di essere stata, in quel breve intervallo di tempo, nella dimora di Stalin a Mosca, di avere attraversato enormi saloni sotto lo sguardo delle guardie che non la fermavano e di essere arrivata al cospetto del dittatore. — Ai miei inviti alla conversione, Stalin mi rispose: Non mi convertirò mai, voglio essere nemico eterno di Dio! Così si spiegano le ultime parole pronunciate dalla serva di Dio (Vitalia)».
Da tale episodio appare molto evidente la misericordia infinita del Cuore di Gesù che per salvare le anime ricorre anche a mezzi straordinari. Guai a chi rifiuta la sua misericordia e si ostina nel peccato! Alla volontà salvifica di Dio deve dunque corrispondere la sua conversione a Dio: «Mi alzerò e andrò dal padre mio» (Lc. 15:18).

Per conforto di tutti, specialmente dei peccatori, riporto quanto Gesù diceva ad un’altra anima mistica, Suor Faustina Kowalska: «Desidero che i miei Sacerdoti annunzino questa mia grande misericordia per le anime peccatrici. Il peccatore non tema di avvicinarsi a me. Anche se Pani- ma fosse come un cadavere in piena putrefazione, se umanamente non ci fosse più rimedio, non è così davanti a Dio. Le fiamme della misericordia mi consumano, desidero effonderle sulle anime degli uomini. Sono tutto amore e. misericordia. Un’anima che ha fiducia in me è felice perché io stesso mi prendo cura di lei.
Nessun peccatore, fosse pure un abisso di abbiezione, esaurirà mai la mia misericordia, poiché più vi si attinge e più aumenta. Figlia mia, non cessare di annunziare la mia misericordia, col farlo darai refrigerio al mio Cuore consumato da fiamme di compassione per i peccatori. Quando dolorosamente mi ferisce la mancanza di fiducia nella mia bontà!
Per punire ho tutta l’eternità, adesso invece prolungo il tempo della misericordia per essi. Anche se i suoi peccati fossero neri come la notte, rivolgendosi alla mia misericordia, il peccatore mi glorifica e onora la mia Passione. Nell’ora della sua morte io lo difenderò come la mia stessa gloria. Quando un’anima esalta la mia bontà, Satana trema davanti ad essa e fugge fin nel profondo dell’inferno. Il mio cuore soffre perché anche le anime consacrate ignorano la mia misericordia e mi trattano con diffidenza. Quanto mi feriscono! Se non credete alle mie parole, credete almeno alle mie piaghe!».
Padre Roothen S.J. voleva che, predicando esercizi spirituali a Suore e Preti, non mancasse mai la meditazione sulla miserìcordia di Dio perché sono proprio loro che per la loro posizione privilegiata, diffidano di più quando peccano.

Un giorno Suor Faustina diceva a Gesù: «Signore, ti ho dato tutto, non possiedo più nulla da poterti offrire!». — E Gesù le dissè: «Figlia mia, non mi hai offerto quello che è realmente tuo». — Mi concentrai, dice Suor Faustina, in me stessa e conobbi di amare Dio con tutte le forze dell’anima e non potendo capire quale fosse la cosa che non avessi dato al Signore, domandai: Gesù, dimmelo e te la darò subito con generosità di cuore. — Gesù mi disse con bontà: «Figlia, dammi la tua miseria poiché essa è tua esclusiva proprietà». — All’istante un raggio di luce illuminò la mia anima e conobbi tutto l’abisso della mia miseria. Subito mi strinsi al Cuore Sacratissimo di Gesù con tanta fiducia che, anche se avessi avuto sulla mia coscienza i peccati di tutti i dannati, non avrei dubitato della misericordia divina e con il cuore profondamente pentito mi sarei gettata nell’abisso della sua misericordia. Credo, Gesù, che non mi avresti respinta, ma assolta per mano di un tuo rappresentante, il Sacerdote.
Un’altra volta Gesù le dice: «Esorta le anime alla fiducia nella mia misericordia. E la tua missione sulla terra e in Cielo. Sono tre volte santo e provo disgusto per il minimo peccato, ma quando i peccatori si pentono non c’è limite alla mia generosità. Li inseguo con la mia misericordia su tutte le loro strade e quando tornano a me dimentico le amarezze di cui hanno
abbeverato il mio Cuore e gioisco per il loro ritorno… Li perseguito con prove e rimorsi, con tempeste e fulmini (dolori e tribolazioni), con la voce della Chiesa, ma se rifiutano tutte le mie grazie, li lascio a loro stessi e do loro ciò che desiderano. I più grandi peccatori raggiungerebbero una grande santità se confidassero nella mia misericordia. Non faccio uso di castighi se non quando gli uomini stessi mi costringono a farlo. Prima del giorno della giustizia mando il giorno della misericordia. Di, figlia mia che sono tutto amore e misericordia… I più grandi peccatori, prima di ogni altro, hanno diritto alla fiducia nella mia misericordia. A tali anime concedo grazie che superano i loro desideri… Non posso punire.., colui che si appella alla mia pietà…». Dottrina consolantissima che deve aprire i nostri cuori alla più grande fiducia nella bontà misericordiosa del Signore, però non dobbiamo dimenticare che come Dio è misericordioso con noi, così anche noi dobbiamo essere misericordiosi col prossimo,. infatti Gesù ci dice nel santo Vangelo: «Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati; date e vi sarà dato; vi sarà versata in seno una buona misura, pi giata, scossa e traboccante perché sarà usata verso di voi la stessa misura di cui voi vi siete serviti» (Lc: 6/36-38). E Gesù raccomanda alla sua confidente: «Sii misericordiosa come io sono misericordioso. Ama i tuoi fratelli per amore mio, anche i tuoi nemici più accaniti, affinché la mia misericordia si rifletta nel tuo cuore». — E Suor Faustina prega con grande fervore:

« Signore, aiutami: fai che i miei occhi siano misericordiosi, perché non sospetti e non giudichi dalle apparenze, ma veda quanto vi è di bello nelle anime e venga in loro aiuto;

« Signore, aiutami: fai che il mio udito sia misericordioso, perché si chini sulle necessità dei miei fratelli e le mie orecchie non rimangano indifferenti ai loro gemiti e dolori;

« Signore, aiutami: fai che la mia lingua sia misericordiosa, perché non parli mai male del prossimo, ma abbia per ognuno una parola di conforto e di perdono;

«Signore, aiutami: fai che le mie mani siano misericordiose e colme di opere buone, in modo che io faccia solo del bene e prenda su di me i lavori più duri e faticosi;

«Signore, aiutami: fai che i miei piedi siano misericordiosi, perché io sia sempre pronta ad accorrere in aiuto del prossimo vincendo la mia fatica e la mia stanchezza. Il mio riposo sia nell’essere servizievole;

«Signore, aiutami: fai che il mio cuore sia misericordioso e compatisca tutte le sofferenze altrui. A nessuno chiuderò il mio cuore, tratterò tutti con sincerità anche coloro dei quali so che ibuseranno della mia bontà, mentre io stessa mi rinchiuderò nel tuo Cuore misericordioso. La tua misericordia riposi in me Signore mio!».

E la vita di Suor Faustina dimostra bene che ogni parola di questa preghiera mirabile è stata vissuta nella sua vita quotidiana con una carità eroica.
Carissimo fratello, ammaestrato da questi divini insegnamenti, anche se tra una Comunione e l’altra la tua debolezza ti abbia fatto ricardere nel peccato, non scoraggiarti, ma pentiti sinceramente, proponi di non ricadere e poi ricorri con grande fiducia alla misericordia del Cuore di Gesù nel Sacramento della Confessione.
Ritornato così in grazia di Dio, continua a fare Comunione dei Nove Primi Venerdì. — Recita spesso, con fervore la seguente preghiera suggerita da Gesù a Suor Benigna per ottenere una confidenza sconfinata: «Mio dolcissimo Gesù, Dio infinitamente misericordioso, Padre tenerissimo delle anime e in modo particolare delle più deboli, delle più miserabili, delle più inferme che porti con una tenerezza speciale fra le tue braccia divine, vengo a te per chiederti, per amore e per i meriti del tuo Sacro Cuore, la grazia di confidare in Te, per chiederti la grazia di sempre più confidare nella tua misericordiosa bontà, per chiederti la grazia di riposarmi sicuramente per il tempo e l’eternità nelle tue amorose braccia divine».

Esempio
L’episodio qui narrato fu raccontato all’autore del libretto nei primi dì maggio 1981 da una signorina che a quel tempo lavorava nel Movimento Mariano di don Gobbi, che allora a Roma aveva la sede in Via Cemala 14.
Per dovuto riserbo chiamo le diverse persone con nome fittizio.
Nella parrocchia di S. Nicola a Melicucco (Reggio Calabria) la gioventù di Azione Cattolica, di cui era presidente la signorina Anna, zelava con impegno la devozìone al Sacro Cuore di Gesù mediante la Comunione rìparatrice dei Nove Primi Venerdì del mese. Al principio del 1943 la signorina Anna riesce a convincere Antonio, uno dei tanti lontani dalla chiesa, a fare i Primi Venerdì. Antonio, aiutato dalla grazia divina, ogni primo venerdì di mese va in parrocchia, si confessa e fa con devozione la Comunione in onore del Sacro Cuore. Con ammirevole costanza e gioioso impegno completa la serie delle nove Comunioni riparatrici.
Per un certo tempo Antonio continua a frequentare la chiesa e a mantenersi in grazia di Dio. Un giorno però si lascia vincere dalla tentazione e inizia una relazione illecita Con una donna sposata, Giovanna, separata dai marito. Dopo qualche tempo si accorge della relazione il fratello di Giovanna, Carlo. Questi, secondo la mentalità meridionale, decide di riscattare l’onore della Propria famiglia uccidendo Antonio. Per compiere il delitto aspetta l’occasione propizia che non tarda a presentarsi. Carlo, armato di pistola, affronta Antonio e lo colpisce mortalmente. Il ferito viene subito portato al pronto soccorso, dove il medico di turno constata la gravità e presta le cure necessarie.
Accorre la signorina Anna che cerca di confortare Antonio e poi gli dice: «Se al tuo riguardo è vero quanto si dice, tu stai lavando il tuo peccato coi tuo sangue!
— «Sì, sì… — risponde con un fil di voce Antonio. Nel frattempo arriva il Parroco che si avvicina al moribondo e gli domanda se vuole confessarsi. Alla risposta affermativa, il Sacerdote gli domanda: «Perdoni colui che ti ha sparato?».
«Sì, lo perdono di cuore», risponde. — Quindi si confessa con un Vero pentimento, riceve l’assoluzione, riceve il S. Viatico e l’Olio degli Infermi. — Dopo alcune ore Antonio muore in grazia di Dio. Il Cuore di Gesù manteneva la sua Grande Promessa. Dopo alquanto tempo la signorina Anna sogna Antonio che le dice: [o sono salvo per aver fatto i Nove Primi Venerdì. Beati coloro che li fanno!

Quinto Venerdì – MARIA MADRE DI MISERICORDIA
Il Cuore di Gesù ci ha dato prova della sua misericordia infinita in modo tutto particolare dandoci per Madre nostra la sua stessa Madre. Maria è veramente e realmente Madre nostra. Al riguardo riporto un tratto dell’ottimo libretto «Il mio ideale: Gesù, Figlio di Maria» del P. Neubert. — Parla Gesù: « Tutti i fedeli credono di saperlo perché tutti chiamano Maria loro Madre. Eppure la maggior parte di essi hanno un concetto assai imperfetto della sua maternità.
Parecchi amano Maria come se Ella fosse loro Madre. Ora colei che ti ha partorito che cosa ti risponderebbe se tu le dicessi: vi amo come se foste mia madre? Molti credono che Maria sia loro Madre unicamente per effetto di quella parola che pronunziai prima di morire, quando, vedendo mia Madre ai piedi della croce e accanto a Lei il mio discepolo prediletto, dissi a Maria: «Donna, ecco tuo figlio», e a Giovanni: «Ecco tua Madre». Senza dubbio la mia parola avrebbe potuto affidare a Maria una missione materna e creare in Lei disposizioni simili a quelle di una madre. Ma se la sua maternità fosse dipesa da quella parola soltanto, essa sarebbe una maternità puramente adottiva. Invece devi comprendere che è «vera tua Madre» nell’ordine soprannaturale come quella che ti ha generato al mondo è tua vera madre nell’ordine della natura.
La madre è quella donna che dà la vita. Ora Maria ti ha dato la vita, la vita per eccellenza. Te l’ha data a Nazaret, sul Calvario e al tuo Battesimo.

— 1) A Nazaret Ella ti ha concepito concependo Me. Ella sapeva che rispondendo all’Angelo Gabriele con un «sì» o con un «no» ti avrebbe dato la vita o ti avrebbe lasciato nella morte. Rispose con un «sì» affinché tu vivessi. Consentendo a dare la vita a Me, consentiva a darla anche a te. Diventando mia Madre, diventava Madre tua. Da quell’ora in poi nei disegni di Dio e nei disegni di Lei (poiché Ella conosceva i disegni di Dio e ad essi aderiva con tutte le forze dell’anima sua), tu facevi parte del mio « Corpo Mistico». Il Capo ne ero Io, ma tu ne eri un membro. Maria ci portava entrambi nel suo seno materno, sebbene in un modo diverso, poiché i membri e il capo non vanno separati.

— 2) Sul Calvario Ella ti’ha partorito offrendomi in sacrificio per te. La tua liberazione dal peccato e dalla morte fu consumata soltato sul Golgota. Ivi ti meritai con la mia morte la grazia di vivere la mia stessa vita. Ora tutto questo lo feci in unione con Maria. Ella mi aveva concepito quale vittima, mi aveva nutrito ed allevato in previsione del sacrificio, e nel momento supremo Ella mi offrì al Padre per la sua salvezza, rinunziando ai suoi diritti materni su di Me a favore tuo. E Colei che, sempre Vergine, non ebbe altro che gioia nella nascita del suo Primogenito, partorì te e gli altri tuoi fratelli nel più acerbo dolore. In quell’ora dolorosa ebbe compimento la sua maternità a tuo riguardo e appunto per questo volli allora proclamare questa maternità affidando Maria a Giovanni e Giovanni a Maria. La mia parola «Ecco tuo figlio, ecco tua Madre» non creava questa maternità, ma la promulgava, la confermava e la completava nell’ora più solenne della mia vita, nell’ora in cui mia Madre, divenuta pienamente Madre tua, era meglio in grado di comprendere la sua missione materna.

— 3) Al Battesimo Maria ti diede la vita soprannaturale non più solo di diritto, come sul Calvario, ma di fatto. La tua madre terrena aveva dato alla luce per così dire un bambino nato morto (riguardo alla vita soprannaturale). Perché tu giungessi a vita (alla vera vita della Grazia), si richiedeva che la Grazia Santificante ti fosse infusa al fonte battesimale.
Questa Grazia Santificante te l’ha ottenuta Maria, senza la quale nessuna grazia viene impartita ad alcuno. Quando da figlio d’ira divenisti figlio di Dio, Maria fu Colei che ti partorì alla vita divina. Comprendi tu ora che col farti partecipe della vita di Dio, Maria ti è «veramente» madre nell’ordine soprannaturale, come quella che ti ha dato la vita terrena è veramente tua madre secondo la natura?

Ma Ella ti è Madre molto più ancora. Anzitutto per il modo con cui ti da la vita. Per partorirti Ella ha dato immensamente di più della tua madre terrena: Le sei costato dolori indicibili e la vita stessa di Colui che Le era infinitamente più caro della sua propria vita. Inoltre Ella continua per tutto il corso della tua esistenza terrena ad occuparsi di te, mentre le madri terrene si curano dei loro figli finché giungano all’età adulta. E se tu per disgrazia perdessi la vita soprannaturale (per il peccato mortale), al contrario delle madri terrene che piangono impotenti sul cadavere di un loro figlio, Maria potrebbe ridarti la vita soprannaturale ogni qual volta ne fossi rimasto privo.

Ella ti ama nonostante tu sei imperfetto e ingrato e ti ama di un amore che vince immensamente, per l’intensità e la purezza, l’amore di tutte le madri terrene per i loro figli. (L’amore di tutte le madri terrene, da Eva all’ultima madre che ci sarà sulla terra alla fine del mondo, messo insieme e concentrato verso un unico figlio è minore dell’amore che Maria porta a ciascuno di noi).
Ma Maria ti è madre più di ogni altra soprattutto per la natura stessa della vita che ti ha dato. Questa vita non è di poca durata come la vita terrena, ma una vita senza fine, eterna; non una vita mista di imperfezioni e di pene come la presente, ma una vita incomparabilmente beata; non una vita creata (umana o angelica), ma, intendilo bene, una partecipazione alla vita increata, alla vita stessa di Dio, alla vita della Santissima Trinità e perciò questa vita non avrà mai fine e sarà incomparabilmente beata perché parteciperà dell’eternità e della felicità di Dio stesso. — Quale maternità umana potrebbe mettersi a confronto con una tale maternità? Ora Maria è tua vera Madre e madre così perfetta perché è Madre mia. E tu sei mio fratello perché mio Padre è Padre tuo e mia Madre è Madre tua»

La chiesa ci fa invocare Maria Madre di misericordia», perché? — Gesù, nonostante la sua inesauribile misericordia conserva tuttavia giustizia. Orbene nel timore che questa giustizia a causa dei nostri peccati dovesse alle volte impedire l’esercizio della sua misericordia, Gesù ha dato a Maria, nell’economia della salvezza delle anime, soltanto l’attributo della misericordia e non quello della giustizia, quindi Maria è esclusivamente «Madre di miseriéordia».
Perciò i peccatori, per quanto miserabili e colpevoli possano essere, purché pentiti dei loro peccati, si accostino alla loro celeste Madre con assoluta fiducia e confidenza filiale. Per questi peccatori — dice il grande dottore della preghiera, S. Alfonso M. dei Liguori — che al desiderio di emendarsi uniscono la fedeltà nell’amare e invocare la Madre di Dio, sostengo che è moralmente impossibile dannarsi. Maria stessa fece tale assicurazione a S. Brigida: «Io sono la Madre della misericordia; Io sono la letizia dei giusti e la porta per cui i peccatori giungono a Dio. Sulla terra non c’è peccatore che sia privato, finché è in vita, della mia misericordia.., nessuno è così miserabile per non ottenere misericordia se mi invoca con fiducia. Io sono chiamata da tutti la Madre della misericordia e lo sofo veramente perché è la misericordia di Dio verso gli uomini che mi ha fatto misericordiosa verso di loro. Perciò nella vita eterna sarà misero e infelice per Sempre chi, potendo ricorrere in questa vita terrena aMe che sono così misericordiosa con tutti e desidero tanto soccorrere i poveri peccatori, non lo fa e si danna». A questo messaggio venuto dal Cielo quale Cuore può restare insensibile? Può fare il sordo e resistere?
Una istruttiva leggenda dice: Il Signore passeggia per il Paradiso e incontra molte facce di peccatori degni dell’inferno anziché del Paradiso. Si rivolge a S. Pietro e gli raccomanda di fare attenzione a non fare entrare se non chi lo merita. San Pietro promette maggiore vigilanza e pone maggiore impegno nel suo dovere di portinaio.
Il giorno dopo il Signore gira di nuovo per il Paradiso e incontra ancora altri peccatori che non meritano di stare lì. Chiama S. Pietro e lo ammonisce severamente. San Pietro, umiliato e confuso, promette scrupolosa vigilanza. Ma il giorno dopo si ripete la stessa scena: il Signore incontra in Paradiso nuovi peccatori. Chiama un’altra volta San Pietro, deciso a castigarlo togliendogli le chiavi del Paradiso. Questa volta però San Pietro sa difendersi benissimo perché ha scoperto in che modo quei peccatori entrano in Paradiso e riferisce al Signore che in piena notte, mentre tutti dormono, la Madonna apre la porta del Paradiso e fa entrare quei peccatori. «Orbene — conclude San Pietro — con tua Madre io non posso farci nulla! » — E il Signore di rimando: «Neppure Io!».
È una leggenda questa, però è molto istruttiva perché ci indica la missione che Dio ha affidato a Maria: salvare i suoi figli più o meno peccatori. Che cosa fa questa Madre divina per sarvarli? Fa valere davanti a Dio tutta la potenza della sua intercessione, tutta la tenerezza del suo smisurato amore. Li compatisce, li difende dal furore di Satana, allontana da loro i castighi divini, prega per loro, imprega ogni sorta di aiuti e di grazie per condurli al bene, non si da riposo fino a che, superate le tempeste del mare agitato della vita terrena, non li vede approdare al porto della salvezza, alla felicità eterna.

Maria ci ama tutti col suo stupendo Cuore di Madre.

Si può immaginare qualche cosa di più bello, più puro, più forte, pù generoso, più perfetto, più divino del cuore di una madre? E certo l’espressione più sensibile del Cuore di Dio che arde di amore infinito. Il cuore della madre è tale un abisso senza fondo di bontà, di tenerezza, di comprensione, di delicatezza, e di amore che si perde in Dio.
Il cuore di una madre non sa e non può che amare tutti i suoi figli sia buoni che cattivi. Se sono buoni li ama perché consolano e inteneriscono il suo cuore; se sono cattivi li ama ancora, sebbene la facciano tanto soffrire, cercando di condurli al bene. Il cuore materno non sa che amare, amare tutti i suoi figli. Li ama se stanno bene e gode di vederli crescere sani e robusti, li ama ancora di più se hanno qualche deformità, se crescono sparuti, se qualche malattia li tiene inchiodati in un letto di dolore. Un figlio si è messo per una cattiva strada?… frequenta compagni perversi ?… commette orribili delitti?… è caduto nelle mani della giustizia?… fa pesare il disonore su tutta la famiglia?.., tutti lo odiano?… C’è ancora un cuore che lo compatisce, che prende le sue difese, che desidera il suo bene, che lo ama: è il cuore di sua madre.

Fratello carissimo, applica tutte queste considerazioni fatte sul cuore di una madre terrena al Cuore incomparabilmente più grande, più puro e più perfetto che è quello della nostra Madre Celeste, Maria Santissima; eleva all’ennesima potenza la tenerezza del suo Cuore Materno, il suo amore sviscerato per te, il suo interesse per il tuo bene, le sue ansie per la tua salvezza eterna e potrai renderti un po’ conto di quanto è grande, puro e disinteressato il suo amore per te, che mette a tua disposizione tutti i suoi meriti e quelli del suo Figlio Gesù, perché tu possa raggiungere la salvezza dell’anima tua. Diceva Padre Giraud: «Un giorno o l’altro tutto potrà mancarci su questa terra, ma il dolce amore di Maria, il suo Cuore materno: Mai!».

Fratello, è questo Cuore della Mamma Celeste che ti offre la tessera del Paradiso pregandoti di fare anche tu i Nove Primi Venerdì per conseguire anche tu la Grande Promessa di suo Figlio Gesù. Ascolta il suo invito per consolare il suo Cuore materno che ti vuole con Lei in Paradiso.

Esempio

Una mattina di giugno — parla il Sac. Ildebrando Antonio Santangelo, autore del libretto «Sopravviverò? Come?» – Comunità Editrice – Adrano (CT) — fu’ svegliato da un gran vocio. Mi affacciai dal balcone e assistetti a questa scena. Un uomo molto nervoso, di nome Mario C., abitante di fronte casa mia, era assediato da tutti i Parenti che come tante iene lo coprivano di rimproveri e di ingiurie ad alta voce perché aveva lasciato in campagna gli operai soli a mietere il grano per venire a farsi la Comunione del primo Venerdì (allora) non vi erano Messe serali e il digiuno eucaristico cominciava dalla mezzanotte).
Mario C., stava insolitamente paziente e silenzioso. ed assorbiva tutto. Dopo un bel pezzo disse:
— Me la fate dire ora una parola?
— Parla, gli dissero i suoi.
— Se qualcuno mi avesse promesso di darmi un ettaro di agrumeto se io avessi fatto i nove primi venerdì, voi cosa avreste detto?
— Per questo sì, gli risposero i suoi.
— Gente di poca fede! — disse Mario — Io mori- e lascerà tutto. Il Paradiso vale di più di un ettaro di agrumeto ed io l’avrò per sempre con questi primi venerdì. Che m’importa se gli uomini per questa mezza giornata non fanno niente? Da allora passarono tanti anni. Un giorno Mario C. cadde ammalato. Un po’ di settimane dopo, una sera d’inverno ritirandomi alle ore 23 a casa e vedendo la luce accesa in casa di lui, pensai di fargli visita, timoroso di sembrare maleducato per l’ora tarda.
Mario C. fu lieto della visita. Mi sedetti accanto al suo letto e cominciammo a parlare di tante cose. Alla fine lo salutai e uscii. Appena chiusa la porta mi sentii chiamare da lui. Rientrai. — «Padre — egli mi disse — mi confessi».
— È troppo tardi — io risposi —‘ un’altra volta. Tanto lei non sta proprio male.
— È meglio che mi confessi ora.
Lo confessai, gli feci dire alcune preghiere e quindi me ne andai. Entrai a casa mia. Dopo pochi minuti Sentii gridare. Mi affacciai. Mario C. era morto.
Il Cuore di Gesù aveva mantenuto la sua promessa.

 

Sesto Venerdì LA S. MESSA
Gesù Cristo, per la sua infinita bontà misericordiosa verso di noi, volle espiare il peccato originale e i nostri peccati personali per darci la possibilità di ridiventare figli di Dio ed eredi del Paradiso. Per fare questo Gesù consumò il suo martirio, iniziato fin dalla sua concezione nel seno purissimo della sempre Vergine Maria, con la sua Passione e Morte sul patibolo della Croce. Ma per applicare all’umanità i meriti della sua Redenzione lungo i secoli fino alla fine del mondo istituì il Sacrificio della S. Messa.
«La S. Messa è il Sacrificio del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo che, sotto la specie del pane e del vino, si offre dal Sacerdote a Dio sull’altare in memoria e rinnovazione del Sacrificio della Croce» (definizione presa dal Catechismo di S. Pio X — faro di luce che ha illuminato il mondo e che nel tempo presente, in mezzo alle dense tenebre che ci avvolgono, lo si vorrebbe sostituire con vacue luci di lucciole).
La S. Messa quindi è la rinnovazione del Sacrificio della Croce, infatti:
1) Il Sacrificio della Croce tu offerto all’Eterno Padre.
1)Il Sacrificio della Messa si offre all’Eterno Padre.

2) Nel Sacrificio della Croce la Vittima offerta al Padre tu Gesù Cristo.
2) Nel Sacrificio della Messa la Vittima offerta al Padre è Gesù Cristo.

3) Il Sacrificio della Croce si compì colla distruzione della Vittima divina, Gesù Cristo, mediante la morte reale della sua Umanità Santissima sulla Croce.
3)Il Sacrificio della Messa si compie con la distruzione della Vittima divina, Gesù Cristo, mediante la morte mistica della sua Umanità Santissima sull’Altare.

4) Sulla Croce il Sacerdote che la Vittima al Padre fu Gesù stesso.
4) Nella Messa il Sacerdote Principale che offre la Vittima al Padre è Gesù stesso per mezzo del Sacerdote Ministeriale.

La differenza tra il Sacrificio della Croce e il Sacrificio della Messa sta in questo: a) Gesù sulla Croce si offrì al Padre in modo cruento, con del suo Sangue.
A) Gesù nella Messa si offre al Padre in modo incruento, senspargimento za spargimento del suo Sangue, ma misticamente.
b) Col Sacrificio della Croce Gesù meritò agli uomini tutte le grazie che costituiscono i , meriti del Sacrificio della Croce.

B) Col Sacrificio della Messa Gesù applica gli uomini i meriti del Sacrificio della Croce.

Perciò Gesù Cristo, realmente presente nella S. ssa, offre al Padre Celeste, sotto forma sacramento, la sua immolazione sulla Croce. Al riguardo il Concilio Vat. II — (Della Sacra Liturgia n. 47) — dice: Nostro Signore, all’ultima Cena, la notte in cui si sarebbe sacrificato, istituì il Sacrificio Ecuaristico del Corpo e del suo Sangue, per perpetuare il Sacrificio della Croce lungo i secoli fino a che Egli venga».
Il Papa Pio XII si esprimeva così: «Dall’altare del Golgota non è diverso l’altare delle nostre chiese; anesso è un monte sormontato dalla Croce e dal Crocifisso, dove si attua la riconciliazione fra Dio e l’uomo».
In uno degli ultimi più importanti documenti del Magistero, la solenne Professione di Fede di Paolo VI a chiusura dell’Anno della Fede — 30 giugno 1968 — il Papa dice: «Noi crediamo che la Messa celebrata dal Sacerdote, che rappresenta la persona di Cristo in virtù del potere ricevuto nel Sacramento dell’Ordine, e da lui offerta nel nome di Cristo e dei membri del suo Corpo Mistico, è il Sacrificio del Calvario reso sacramentalmente presente sui nostri altari».

Il Sacrificio della Messa, che la Chiesa offre di continuo a Dio in tutto il mondo, placa la Giustizia divina, ne arresta i castighi e ottiene all’uomo grazia e perdono. Si comprende allora perché Dio non ci castiga come faceva anticamente nel Vecchio Testamento, benché nei tempi attuali i peccati sono aumentati di molto in numero e gravità. In ogni parte del mondo c’è sempre una Messa che viene celebrata in cui Gesù Cristo, rioffrendosi al Padre, grida: «Padre, misericordia!». — E il Padre sente l’amato Figlio e l’ascolta.
S. Timoteo di Gerusalemme afferma che la terra è debitrice della propria conservazione alla S. Messa, senza di questo Sacrificio i peccati dell’uomo l’avrebbero già distrutta.
«Io credo — diceva S. Leonardo da Porto Maurizio — che se non ci fosse la Messa, a quest’ora il mondo sarebbe già sprofondato sotto il peso delle sue iniquità. E la Messa il forte sostegno che lo regge».
«In ogni Messa — dice S. Tommaso d’Aquino — si trova tutto il frutto che Gesù Cristo ha meritato sulla Croce: tutto il frutto della Passione e Morte del Signore è il frutto di ogni Messa».

S. Alfonso Maria di L. dice: «Tutta la gloria che gli Angeli e i Santi hanno dato e daranno a Dio con le loro virtù, opere buone, penitenze, ecc. non potrà mai eguagliare la gloria che Gliene dà una sola Messa perché tutta la gloria di tutte le creature del Cielo, del Purgatorio e della terra è limitata, mentre la gloria data a Dio da una sola Messa è illimitata, infinita e Dio stesso non può fare che vi sia un’azione più santa e più grande della celebrazione della Messa». Perciò la S. Messa è l’azione che maggiormente glorifica Dio e più efficacemente placa la Giustizia divina verso i peccatori, che apporta maggior abbondanza di bene su questa terra, che più abbatte le forze dell’inferno e apporta maggior suffragio alle Anime del Purgatorio, per cui il Concilio di Trento afferma: «Bisogna confessare che l’uomo non può fare opera più santa e divina del tremendo Sacrificio della Messa».
Prodigio ineffabile, mistero sublime che si compie sullahare mentre si celebra la S. Messa. E Gesù Cristo che, Vittima di valore infinito, s’immola per noi e si offre all’Eterno Padre per soddisfare ai nostri peccati e per impetrarci i tesori della sua infinita Misericordia. Con la Messa Dio riceve l’adorazione perfetta, il ringraziamento pieno, la soddisfazione completa, la preghiera onnipotente. S. Filippo Neri diceva: «Con la preghiera noi domandiamo a Dio le grazie, con la S. Messa costringiamo Dio a darcele».
Diceva Gesù alla grande mistica S. Gertrude: «Sii sicura che a chi ascolta devotamente la S. Messa Io manderò, negli ultimi istanti della sua vita, per confortarlo e proteggerlo tanti dei miei Santi, quante saranno state le Messe da lui bene ascoltate».
Una Messa, ascoltata bene durante la vita presente, è per noi molto più proficua e salutare di molte Messe ascoltate o fatte celebrare da altri per noi dopo la nostra morte. Come non compiangere quei fedeli, più pagani che cristiani, i quali non si curano affatto o ben poco di partecipare alla Messa festiva che perdono per ogni più futile motivo. S. Maria Goretti per andare a Messa la domenica alle volte percorreva a piedi, tra andata e ritorno, 22 chilometri.
Nella nostra vita di ogni giorno dovremmo preferire la S. Messa ad ogni altra opera buona perché — dice S. Bernardo — si merita di più ascoltando devotamente una S. Messa che col distribuire ai poveri tutte le proprie sostanze e col girare pellegrinando per tutta la terra. E non può essere diversamente perché nessuna cosa al mondo può avere il valore infinito di una Messa. Il martirio non è nulla — diceva il S. Curato d’Ars — in confronto della Messa, perché il martirio è il sacrificio dell’uomo a Dio, mentre la Messa è il Sacrificio di Dio per l’uomo! — La S. Messa è quindi la devozione delle devozioni alla quale dovremmo partecipare, possibilmente, tutti i giorni.

Un giorno fu domandato a San Pio da Pietralcina:
«Padre, spiegateci la Messa».
— Figli miei, come posso spiegarvela? La Messa è infinita come Gesù… Chiedete ad un Angelo che cosa sia la Messa ed egli vi risponderà con verità: Capisco cos’è e perché si fa, ma non comprendo quanto valore abbia. Un Angelo, mille Angeli, tutto il Cielo sanno questò e così pensano.
— Padre, come dobbiamo ascoltare la Messa?
— Come vi assistettero la Santissima Vergine e le pie donne. Come assistette S. Giovanni al Sacrificio Eucaristico e a quello cruento della Croce.
— Padre, che benefici riceviamo assistendo alla S. Messa?
— Non si possono enumerare. Li vedrete in Paradiso.

— Altra risposta: Nell’assistere alla Messa rinnova la tua fede e medita quale Vittima s’immola per se alla divina Giustizia per placarla e renderla propizia. Non allontanarti dall’altare senza versare lacrime di dolore e di amore per Gesù Crocifisso, per la tua eterna salute. La Vergine Addolorata ti terrà compagnia e ti sarà di dolce ispirazione.
Orbene per ravvivare la fede in questo grande mistero dell’infinito amore misericordioso di Gesù per noi e per invogliarvi a partecipare con devozione alla Messa, leggete e meditate questi due esempi narrati uno da P. Matteo Crawley, morto nel 1960 a Valpaso, e l’altro riportato nella biografia di Giuseppina rrettone, anima mistica, morta a Roma nel 1927.

I Esempio

« Ero stato invitato — è P. Matteo che parla — a celebrare la S. Messa nella Cappella privata di una distinta famiglia. I membri di essa avevano pensato di invitare alla mia Messa un loro conoscente massone ed ateo che non aveva mai messo piede in chiesa. Quando, vestito dei sacri paramenti, esco per andare all’altare, vedo lì dinnanzi un uomo ritto in piedi, colle braccia conserte, in mezzo a due signori devotamente inginocchiati. La scena del Calvario al rovescio: là Gesù in mezzo a due malfattori, qui il malfattore in mezzo a due anime buone. Incomincio il Sacrificio della Messa e lui, il superuomo, quasi in aria di sfida, sempre in piedi. Al momento della Consacrazione improvvisamente, come vinto da una forza sovrumana, cade in ginocchio fra la più intensa meraviglia dei presenti, tenendo fisso lo sguardo verso l’altare, mentre gli occhi gli si riempivano di lacrime. Che cosa era successo?… Quando la Messa fu finita domandò di presentarsi a me perché aveva bisogno di parlarmi.
— Padre, mi dice, che cosa è venuta a fare lei in questa sala?
— Che cosa sono venuto a fare? A celebrare la S. Messa.
— Che cosa è la Messa?
— Scusi, lei è credente?
— No, io non credo.
— Veda, signore, l’uomo aveva peccato e Dio per ottenergli il perdono mandò sulla terra il suo Divin Figliuolo, il quale, dopo aver predicato la sua dottrina confermandola coi più grandi miracoli, fu preso dai suoi nemici e fatto morire in croce fra i più atroci spasimi e tormenti.
— Ma che c’entra tutto questo con la Messa?
— La Messa è questo, niente altro che questo: la rinnovazione del Sacrificio compiuto sulla Croce per la nostra salvezza. Il massone mi guarda come trasognato.
— Allora mi dica: chi era colui che è venuto al suo posto?
— Non la comprendo.
— A un certo punto, quando hanno suonato il campanello (alla Consacrazione), lei è scomparso e al suo posto è venuto un altro signore, di aspetto maestoso, triste, tanto triste e tutto coperto di piaghe. Teneva le braccia distese e dalle mani lacerate da ferite usciva sangue che gocciolava dentro a quel bicchiere di metallo che c’era sull’altare…
— Nel calice.
— Sì, nel calice. Io non ho mai visto uno spettaco più tenero e commovente e mi sentivo tutto tremare davanti a lui. Passato un po’ di tempo (dopo la comunione del celebrante) è sparito ed è tornato lei al suo posto. Mi dica, chi era colui?
— Era Gesù! Gesù flagellato dai suoi nemici; Gesù coronato di spine; Gesù tutto coperto di piaghe e sangue; Gesù confitto sul legno della Croce Gesù che è morto per la nostra salvezza; Gesù che vuole donarle il suo perdono e il suo amore…
E così quel povero peccatore, convertito per questo grande prodigio, cadeva pentito ai piedi del Ministro di Dio e nel Sangue dell’Agnello, che cancella i peccati del mondo, purificava l’anima sua.

II Esempio

Il 22 aprile 1906 a Roma Giuseppina Berrettoni, passando davanti alla chiesa di S. Carlo al Corso, ebbe siderio di entrarvi per assistere ad un’altra Messa. Qui le accadde ciò che lei, stessa raccontò poi al suo Direttore Spirituale. Ecco le sue parole:
Durante la Messa… vidi una moltitudine di Angeli sistenti al Sacrificio che gremivano la chiesa più delle persone. Conobbi che ci sono molti Angeli ai quali incombe l’ufficio di assistere alle Messe che si celebrano… Quando suonò il campenello del Sanctus io sentii un campanello, ma molte campane suonate dagli Angeli. (Fra i tanti abusi liturgici, diffusisi dopo il Conc. Vat. II, oggi il suono del campanello durante la celebrazione della Messa è stato quasi del tutto abolito).
Quando fu il tempo della Consacrazione intesi pronunziare le sacre parole anche dai Sacerdoti beati e con ciò supplire ai difetti del Sacerdote celebrante. Capii che ciò lo fanno essendo per loro una gloria accidentale.
Venuta che fu la Vittima (con la Consacrazione), il raccoglimento degli assistenti invisibili (gli Angeli) fu molto più profondo… Fatta la sunzione del Sangue, vidi staccarsi un gruppo di Angeli che raccoglievano molto presto anche i piccoli avanzi del Sacrificio (i frammenti). Ciò mi consolò molto perché prima mi affliggevo vedendo la fretta o noncuranza di alcuni Sacerdoti (nel raccogliere i frammenti). Quando si arrivò alla benedizione vidi chiaramente un Vescovo con barba e in abito ponteficale che dava la trina benedizione e conobbi ch’egli era S. Pietro che ha l’ufficio di supplire in questo atto la trascuraggine dei Sacerdoti che la danno come qualunque altra cosa… Mi fu fatto capire che mi era stato concesso questo favore affinché risvegliasi nel popolo fedele il fervore nell’assistere alla S. Messa». Se Giuseppina Berrettoni si affliggeva dei difetti commessi nella celebrazione della Messa di allora, come si sarebbe addolorata delle celebrazioni moderne di certe Messe beat, celebrate a suon di chitarra e altri strumenti profani rumorosi, con certi canti da tabarin, con movenze da ballerini e tante altre stravaganze, con Comunione data nelle mani, con frammenti dispersi dappertutto, con pissidi purificate nel lavantino ecc.
Se ci fossimo trovati sul monte Calvario, mentre Gesù agonizzava sulla Croce per nostro amore, per la nostra salvezza, con quali sentimenti avremmo assistito a quella scena d’immenso dolore e d’infinito amore?
Ebbene con gli stessi sentimenti dovremmo assistere alla S. Messa, perché sull’altare è lo stesso Gesù che compie, in un modo misterioso ma vero, lo stesso Sacrificio della Croce per nostro amore e per la nostra salvezza eterna.
Assistendo quindi devotamente alla S. Messa ed offrendo a Dio, insieme col Sacerdote, il Santo Sacrificio, noi onoriamo Dio in modo degno di Lui, soddisfaciamo alla divina giustizia per i nostri peccati, ringraziamo Dio in modo conveniente, aiutiamo le Anime del Purgatorio, otteniamo la conversione dei peccatori, apriamo il tesoro delle grazie divine per noi e per il mondo intero.
Perciò quanto è consigliabile e proficuo partecipare alla S. Messa non solo nei giorni festivi, ma ogni qualvolta lo possiamo anche nei giorni feriali. Diceva il grande missionario S. Leonardo da Porto Maurizio:
«Oh se capissimo quale tesoro è la S. Messa! Le chiese sarebbero sempre zeppe. Benedetto chi ascolta la S. Messa ogni giorno! ». Aveva capito questo il grande scrittore Alessandro Manzoni. Un suo amico si recò a fargli visita nel pomeriggio di una giornata invernale con vento freddo e pioggia. Trovò l’illustre amico di umore cattivo.
— Che cosa è capitato? — gli chiese l’amico stupito.
— C’è che stamane i miei familiari non hanno voluto che io andassi in chiesa col pretesto del tempo cattivo!
— Ma scusi, mi pare che abbiano fatto benissimo! C’era da prendersi un malanno sicuro alla sua età…
— Ed io vi dico invece — ribatté Alessandro Manzoni con forza — che hanno fatto malissimo e glielo provo. Supponga che io avessi vinto a una lotteria un premio di 100 milioni (equiparato al valore odierno della moneta); supponga che scadesse proprio oggi il tempo per riscuoterlo e che per la riscossione avessi dovuto presentarmi personalmente, crede lei che per paura del cattivo tempo mi avrebbero, fatto perdere il premio obbligandomi a stare in casa?
L’amico non seppe rispondere.

Esempio

Nell’isola Tahuata un’intera famiglia si era convertita ed aveva ricevuto il, battesimo. Ma poco più tardi i membri di quella famiglia avevano abbandonato la vera fede per ritornare all’idolatria, all’infuori di una giovanetta, chiamata Rotaria. Essa contava 14 anni ed era uscita da poco dalla scuola delle Suore di S. Giuseppe di Cluny, dove aveva dato prova di molta virtù e di molta pietà.
I suoi genitori cercarono di farla ritornare alle antiche superstizioni, ma non riuscendovi in nessun modo, ricorsero alle sevizie e alle percosse. La povera fanciulla, in seguito a tutte queste sofferenze, cadde malata di tisi e per di più finì per essere soggetta ad eccessi violenti di pazzia.
Frattanto giunse in quell’isola il P. Orens, il quale andò a trovarla ed avendola chiamata per nome, la giovanetta parve riacquistare la conoscenza rispondendo al Missionario:
— Chi sei? — Il padre Orens. — Sulle labbra della giovinetta spunta un debole sorriso e un’aria di gioa illumina il suo volto.
— Come stai, Rotaria?
— Malissimo, Padre: sto per morire.
Aveva appena detto queste parole che bruscamente si rizza sulla sua stoia, stende il braccio verso qualcuno invisibile e grida con voce forte: «Ecco chi mi ha ridotta a questo punto! ».
Credetti ad un eccesso di pazzia e l’invitai a calmarsi. Si ripose giù molto calma, poi volgendosi a me soggiunse con aria triste: «Eppure è vero quello che dico».
— E anche se fosse vero, il Signore ha forse detto di rendere male per male?
— Hai ragione, Padre… Il Signore mi vorrà perdonare?
— Sai bene che il Signore perdona sempre a chi si pente.
— Allora mi voglio confessare subito.
Vedendola ragionare così bene e temendo che quella lucidità di mente di cui dava prova non si ri: presentasse, aderii immediatamente alla sua domanda. Dopo averla confessata, partii, ma seppi che era ritornata nel suo solito stato di pazzia. Ritornai altre volte a trovarla ed ecco di bel nuovo alla mia presenza riprendere l’uso dì ragione, e perderla subito non appena ero uscito.
Intanto la tisi faceva progressi sempre più rapidi. La fanciulla volgeva alla fine. Portare la Comunione ad una pazza non mi era sembrata cosa prudente. Perciò avevo aspettato. Adesso era venuto il momento di prendere una risoluzione, che fare?
Era un venerdì giorno consacrato al Cuore di Gesù. Mi recai presso Rotaria che trovai nel solito stato di pazzia. Tuttavia al suono della mia voce rispose:con grande sforzo:
— Ti saluto, P. Orens.
— Come stai? Stai meglio?
— No, Padre, morrò presto.
— Ebbene, se devi morire non vuoi ricevere la S. Comunione prima di partire per l’eternità?
— Sì, Padre, ma non posso venire in chiesa.
— Se tu non puoi venire in chiesa, io posso portarti qui Gesù Eucaristico.
— Qui!… in questa casa dove non c’è nessuno che ami Dio…
— Nessuno? E tu Rotaria non lo ami?
— Oh sì, io lo amo.
— L’avete sentità? Dissi agli astanti, essa desidera ricevere i Sacramenti. Sbrigatevi a mettere in assetto questa casa, spazzatela. Mi ritirai e pochi momenti dopo tornavo portando il S. Viatico. Rotaria gesticolava, la sua voce debolissima articolava suoni incomprensibili. Che fare?… Depongo il Santissimo Sacrimento sopra un baule che serviva da tavola, coperto di una tovaglia bianca pulita, fra due candele accese portate dal catechista. Comincio le preghiere del rituale voltandomi di tanto in tanto verso l’ammalata che non sembrava di accorgersi di quanto avveniva.
— Rotaria, le dissi, ecco nostro Signore. Egli è qui in casa tua. Lo vuoi ricevere?
Tutta sorpresa, la povera ragazza volge lo sguardo successivamente sull’Ostia, su me, su tutti quelli che le stanno attorno, poi senza chiudere la bocca fa cenno alla sorella maggiore di avvicinarsi — Aiutami a mettermi a sedere — le disse l’inferma.
Era troppo debole e non si poté fare altro che cercare di sostenerla mettendole due cuscini dietro la testa. Adesso la veste bianca — aggiunse Rotaria Le fu portata la veste bianca, l’osservò bene e riuscì a mettersela con l’aiuto della madre e della sorella. Ora — disse volgendo la testa verso di me — sono pronta a ricevere il Signore.
Io la comunicai, dopo mi domandò l’Olio Santo. Entrò quìndi in agonia, però morì la domenica sera.
Riferita poi a Monsignore Martin questa morte così prodigiosamente consolante, egli disse che Rotaria era una delle ragazze che avevano fatto la Comunione nei Nove Primi Venerdì del mese. E ben si sa che Gesù ha promesso a chi piatica questa devozione che non li lascerà morire senza aver prima ricevuto i Santi Sacramenti (se sono necessari, come abbiamo spiegato nell’esporre la Grande Promessa a principio del libretto).
(Dalla rivista «Il Cuore di Gesù nella Famiglia» Novembre 1929)

 

Settimo Venerdì – LA CONFESSIONE
La misericordia del Cuore di Gesù si rivela in modo meraviglioso nell’istituzione del Sacramento della Confessione. Se l’Eucaristia è chiamata il Sacramento dell’Amore, la Confessione è il Sacramento della Misericordia. Non è forse sorprendente che Dio abbia preparato in anticipo il rimedio alle nostre debolezze e ci abbia assicurato che sarà perdonato qualsiasi peccato e non una volta sola, ma sempre ogni qual volta siamo pentiti?

1. – La Piscina di Siloe

Quale differenza tra il bagno della Confessione e quello della piscina probatica! Gli Ebrei erano orgogliosi per una piscina, chiamata in ebraico «Betesda» che significa «Casa di Misericordia». Sotto i portici di questa piscina giaceva una moltitudine di ammalati che aspettavano il movimento dell’acqua. In certi tempi l’Angelo di Dio discendeva nella piscina e l’acqua si agitava. Colui che si gettava per primo nella vasca, dopo il movimento dell’acqua, veniva guarito da qualsiasi malattia. (Gv 5:1-51).
Ebbene Gesù è stato immensamente più misericordioso con noi perché ci ha dato una piscina speciale, il Sacramento della Confessione, dove non in certe rare ore, ma sempre; non uno solo ma tutti vengono guariti dal male di qualsiasi peccato: «Il Sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato» (I Gv. 1:7). Dice P. Giraud: Nella Confessione scorre il torrente inesauribile del preziosissimo Sangue di Gesù con una pienezza che stupisce gli Angeli.
Diceva Gesù ad un’anima privilegiata, Suor Josefa Menendez: « Per amore delle anime ho voluto lasciare loro il Sacramento della Confessione per dare loro il perdono non una o due volte, ma ogni volta che avranno bisogno di ricuperare la grazia. Là li aspetto, là desidero che esse vengano a lavarsi dalle loro colpe non coll’acqua ma col mio proprio Sangue».

2. – Chi ha istituito la Confessione?

Il perdonare i peccati è un’opera puramente divina. Un giorno Gesù nella città di Cafarnao vide presentarsi un paralitico. Sotto lo sguardo di Gesù quell’uomo riconosce i suoi peccati e in cuor suo ne chiede il perdono, e Gesù gli dice: «Confida, figliuolo, ti sono perdonati i peccati » (Mt. 9:2).
Alcuni dei presenti, udite queste parole, dicevano in cuor loro: Chi è che può perdonare i peccati se non Dio? E Gesù, riconoscendo i loro pensieri, disse: «Che pensate nei vostri cuori? Che cosa è più facile dire «Ti sono perdonati i peccati » oppure dire: «Alzati e cammina? Affinché sappiate che io ho il potere di perdonare i peccati, dico al paralitico: «Alzati e vattene a casa tua!». E quello fu risanato. Facendo il miracolo Gesù dimostrava di essere Dio e quindi di avere il potere di perdonare i peccati.
Gesù Cristo, essendo Dio, poteva dare anche ad altri il potere di rimettere i peccati e difatti lo diede ai suoi Apostoli e ai loro successori. Egli fondò la Chiesa Cattolica affidandole la missione di perpetuare la sua opera; le diede un Capo, S. Pietro, e a questi per primo conferì la facoltà di perdonare i peccati.
Infatti nella città di Cesarea di Filippo disse Gesù a Simone Pietro: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte dell’inferno non preverranno contro di essa. Ti darò le chiavi del Regno dei Cieli, tutto quello che tu avrai ritenuto sulla terra, sarà ritenuto anche in Cielo e tutto quello che tu avrai perdonato sulla terra, sarà perdonato anche in Cielo» (Mt. 16:18-19).
S. Pietro comprese l’importanza e la responsabilità del potere divino e domandò a Gesù: Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello? Sette volte? Credeva S. Pietro di essere abbastanza generoso perdonando i peccati fino a sette volte. Ma Gesù, ben conoscendo la fragilità umana, rispose a Pietro: «Tu perdonerai non sette volte, ma settanta volte sette»! e cioè sempre (Mt. 18:21).
Gesù Cristo, dopo la sua resurrezione, prima di salire al Cielo, conferì agli Apostoli e ai loro successori poteri divini: «La pace sia con voi! — disse Gesù — Come il Padre ha mandato me, così io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo. A coloro ai quali voi avete per. donato i peccati, saranno perdonati; a coloro ai quali non li avrete perdonati, saranno ritenuti» (Gv. 20:21-23).
In forza di queste parole gli Apostoli ricevettero il potere di perdonare i peccati. Essi comunicarono tale potere ai loro successori col compito di trasmetterlo sino alla fine del mondo, poiché la Chiesa di Gesù Cristo dovrà continuare sino alla consumazione dei secoli.

3. – Un semplice uomo può perdonare i peccati?

Nel tribunale penale il presidente che condanna e assolve gli imputati è un uomo come gli altri, però ha un’autorità che non hanno gli altri, e quando condanna, l’imputato viene messo in carcere, mentre quando assolve, quello viene liberato.
Così nel tribunale della Confessione è un uomo che perdona o ritiene i peccati, ma questo uomo è Sacerdote, Ministro di Gesù Cristo, ed egli proferisce la sentenza, che ha la sua conferma in Cielo, in nome e per l’autorità di Lui: Io ti assolvo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. — regola costante di Dio di salvare gli uomini per mezzo di altri uomini. Come dà la vita fisica per mezzo dei genitori, così dà la vita spirituale per mezzo dei Sacerdoti che i fedeli chiamano giustamente «Padri».

4. – Con essandoci è necessario manifestare le proprie miserie?

Certamente perché il Sacerdote deve giudicare il penitente se è degno o no di perdono. Se il penitente non mostra di essere pentito, se non mostra la buona volontà di fuggire le occasioni prossime di peccato, il Confessore non può assolverlo.
Gesù perdonava i peccati senza che i peccatori glieli manifestassero perché, essendo Dio, conosceva le colpe più intime del peccatore senza bisogno che fossero manifestate, mentre i Confessori non hanno il dono di leggere nelle coscienze e quindi è necessario la manifestazione dei peccati da parte del penitente.

5. – Con fessandoci siamo sicuri del perdono di Dio?

Chi ha peccato gravemente sa di aver offeso Dio, di aver perduto il Paradiso e guadagnato l’inferno. Quando la passione è cessata e il calice del piacere si è cambiato in amarezza, il peccatore rientra in se stesso, si pente del male fatto e dice: Signore, perdonami! Ma anche dopo aver chiesto perdono così, può restare tranquillo e sicuro del perdono? No, perché gli resta il tormento del dubbio: E se Dio non mi avesse perdonato?
Ora Gesù, conoscitore profondo del cuore umano, ha voluto dare con la Confessione la morale certezza del perdono. Infatti il Sacerdote, dopo aver ascoltato la confessione dei peccati, vedendo il pentimento sincero del colpevole, pronunzia la sentenza di assoluzione «Io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. (così è)». Queste parole sacramentali, cui Gesù ha annesso la certezza del perdono, ridonano al peccatore una pace profonda.

6. – Quanti errori non si sentono alle volte circa la Confessione!

1) Che bisogno c’è di confessare i peccati al Sacerdote, forse più peccatore di me? Io mi confesso direttamente con Dio. Costui che la pensa così si trova nell’errore perché a chi tocca stabilire le condizioni del perdono all’offeso o all’offensore? Senza dubbio all’offeso. Ora l’offeso è Dio ed Egli ha stabilito di perdonare i peccati con la Confessione tramite il ministero del Sacerdote.

2) Io andare da un Prete e fargli sapere i fatti miei? Mai!
Per la salute del corpo tu non manifesti al medico le miserie del tuo corpo, i disturbi e quanto c’è di più delicato? Non fai tu questo per essere curato bene e riacquistare la salute? E perché non vuoi fare altrettanto col medico dell’anima, il Sacerdote che è Ministro di Dio? E qui si tratta o della salvezza o della perdizione eterna!

3) Non voglio confessarmi perché il Sacerdote poi parla!
Costui deve sapere che il Confessore non può rivelare mai a nessuno i peccati sentiti in Confessione, dovesse perdere anche la vita, perché egli è tenuto al massimo segreto. La storia ricorda tanti casi di Sacerdoti che, messi alle strette per parlare, persistendo essi nel silenzio, sono stati uccisi.

4) Io non mi confesso perché non ho nulla da dire al Confessore. Io non ho peccati perché non ammazzo, non rubo e non faccio male a nessuno. Ordinariamente dice di non aver peccati colui che ha la coscienza troppo sporca. Tu non hai peccati? E le bestemmie?… e le Messe trascurate nei giorni festivi?… E le collere?… E le impurità?… E le frodi nel comprare e nel vendere?… E le mancanze di carità?… E le mancanze nel compimento del proprio dovere del tuo stato… ecc.? I Comandamenti di Dio non solo solo il 50 e il 7°, ma sono dieci! Ci dice il Signore: «Se diciamo che non abbiamo alcun peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi» (I Gv. 1:8).
Il vero motivo per cui tanti non vogliono confessarsi è perché non hanno la buona volontà di lasciare il peccato, perché non vogliono convertirsi.

C’è un peccato particolare che tiene lontani dalla Confessione e la rende odiosa: è il peccato contro il 6° e 9° Comandamento. Chi è schiavo del piacere impuro perde la volontà di sollevarsi dalla melma, non aspira più alle bellezze del Cielo, resta quasi legato dalle cattive abitudini e odia ciò che potrebbe liberarlo da tale stato. Poiché la Confessione è il mezzo principale per rompere la catena del vizio e rimettersi sulla retta via, l’impuro la odia.
Il sagrato della Cattedrale di Tours era frequentato molto da gente disgraziata: ciechi, zoppi, deformi, cenciosi ecc. Tutti ostentavano la propria miseria per impietosire i passanti e ricevere abbondante elemosina. Ogni tanto capitava un fatto molto strano: quella gente miserabile ad un tratto si spaventava improvvisamente e chi si nascondeva dietro le porte, chi dietro le colonne, chi nei vicoli vicini, secondo la possibilità. Perché succedeva questo? Perché San Martino, Vescovo della città, faceva miracoli e quei disgraziati non volevano essere miracolati, non volevano essere guariti per non lavorare e per seguire a fare la vita di accattoni. Così fa l’impuro che fugge dalla Confessione per restare nella melma dell’impurità.

7. – Quando Confessarsi?

Per vivere da buon cristiano non basta confessarsi una volta l’anno. molto utile confessarsi spesso sia per cancellare le colpe quotidiane, sia per avere un aumento di grazia santificante, di vita divina nell’anima, sia per avere la forza di tenere lontano il peccato. I Santi stimavano tanto il Sacramento della Confessione che alcuni di essi si confessavano ogni giorno. La pratica delle anime pie è quella di confessarsi settimanalmente per avere la coscienza sempre pura e disposta a fare bene la Comunione anche tutti i giorni. Ai buoni cristiani si raccomanda di confessarsi oltre che a Pasqua anche nelle solennità dell’anno, e ordinariamente ogni qual volta si cadesse in peccato mortale. Hai tu commesso un peccato mortale il lunedì? Per confessarti non aspettare la domenica, ma fai del tutto per rimetterti subito in grazia di Dio! Entra in una chiesa qualunque e confessati perché chi ti assicura che domani sarai ancora vivo? E tu sai benissimo che quando si muore col peccato mortale nell’anima si va all’inferno eterno!
Qualche volta si sente domandare: anche i Preti si confessano? Certamente. E non solo i Sacerdoti, ma pure i Vescovi e lo stesso Papa si confessano perché la legge di Dio è realmente uguale per tutti.

8. – Verità preoccupante

Un parroco francese, che predicava spesso missioni, era addolorato alla costatazione di tante anime che vivono nel sacrilegio per confessioni male fatte. Temendo che ciò fosse illusione sua, si rivolse a S. Giovanni Bosco per avere delucidazioni. Il Santo confermò: Lei ha ragione. Io ho confessato in tanti parti e ho trovato spesso confessioni sacrileghe.
Santa Teresa d’Avila diceva: Due sono le strade che portano all’inferno: l’impurità e le confessioni fatte male. Perciò si raccomanda a coloro che non vogliono distaccarsi dal peccato grave: meglio non confessarsi e non fare la Comunione anziché commettere due sacrilegi gravissimi. Diceva Gesù a S. Brigida circa la Comunione sacrilega: «Non esiste sulla terra supplizio che basti a punirlo!».

9. – Fuga delle occasioni

Qual è il motivo di tante ricadute nel peccato? Perché si mette poco o nessun impegno nel fuggire le occasioni. Quando una persona ritorna a Dio e fugge le occasioni si salva, ma se non le evita, anzi le cerca, allora cade e ricade nei peccati e a nulla valgono i Sacramenti. Durante un esorcismo il demonio, costretto dall’esorcista, disse: una sola cosa temo: la fuga delle occasioni! Le occasioni sono tante, per es. la compagnia di persone amiche con cui si parla e si agisce scandalosamente, la lettura di libri e riviste cattive, assistere a spettacoli immorali, avere amicizie morbose con persone d’altro sesso e talora anche dello stesso sesso, fare certi balli per nulla castigati, la vita di spiaggia poco seria ecc. ecc.

10. – La vergogna

Al momento di peccare il demonio ti toglie ogni sentimento di vergogna e ti suggerisce di non aver paura di peccare perché poi ti confesserai e tutto sarà finito! Al momento di confessarti poi il demonio, padre della menzogna, ti restituisce la vergogna e ti suggerisce: come farai a confessare quel peccato? Che cosa ti dirà il Sacerdote? Tu perderai la stima presso di lui! Sai qual è la miglior cosa? Non dire nulla di quella brutta azione! Confessa pure gli altri peccati poi, la prossima volta che ti confesserai, dirai tutto e così metterai a posto la coscienza!
Guai se il peccatore cade in questo tranello diabolico! Fatto il primo sacrilegio della Confessione fatta male, farà subito il secondo: la Comunione fatta coi peccato grave. Ti sei confessato male — dirà il demonio — pazienza! Non lasciare la Comunione perché cosa penseranno gli altri se non ti comunichi… La prossima volta, quando ti confesserai, invece di uno ne accuserai due sacrilegi.
Bada che il demonio ti sta legando con la terribile catena dei sacrilegi! Stai attento! Prega fervidamente la Vergine Maria di ottenerti la forza di rompere subito la catena dei sacrilegi che hai iniziato, altrimenti ti finirà male.
Quali peccati solitamente si sogliono nascondere? I peccati contro il 6° e il 9° comandamento. Giacinta, la più piccola dei tre fanciulli di Fatima, quando era all’ospedale gravemente ammalata, domandò alla Madonna che le era riapparsa: Qual è il peccato che manda più anime all’inferno? Maria Santissima rispose: il peccato impuro!

Gesù a Josefa Menendez

Diceva Gesù a Josefa Menendez: «Bramo che le anime credano alla mia misericordia, che aspettino tutto dalla mia bontà, che non dubitino mai del mio perdono!
Sono Dio, ma Dio di Amore! Sono Padre, ma un Padre che ama con tenerezza e non con severità. Il mio cuore è infinitamente santo, ma anche infinitamente sapiente e, conoscendo la miseria e la fragilità umana, s’inchina verso i poveri peccatori con una misericordia infinita. Amo le anime dopo il primo peccato, e se cadessero un numero grandissimo di volte, Io le amo e le perdono sempre e lavo nello stesso mio Sangue l’ultimo’come il primo peccato.
Non mi stanco mai delle anime e il mio cuore aspetta sempre che esse vengano a rifugiarsi in lui e ciò tanto più quanto più sono miserabili! Un padre non si prende molto più cura del figlio malato che di quelli sani? Le sue premure e le sue delicatezze non sono forse più grandi per lui? Così il mio Cuore effonde sui peccatori la sua compassione e la sua tenerezza più che con i giusti».
Non c’è bisogno di far notare che queste consolanti dichiarazioni di Gesù riguardano i peccatori che cadono per fragilità e si pentono, e non i peccatori maliziosi e presuntuosi, i quali, fondandosi falsamente su queste parole del Salvatore e quindi abusando della sua misericordia, finirebbero per provocare la sua giustizia col commettere maliziosamente nuovi peccati.
Carissimo fratello lettore, hai fatto per il passato le tue confessioni con le dovute disposizioni? Hai la coscienza tranquilla oppure senti qualche rimorso? Hai avuto sempre nelle tue confessioni il necessario dolore dei peccati? Sei stato sincero col Confessore oppure hai taciuto volontariamente per vergogna qual. che peccato grave?
Se hai la coscienza serena ringrazia il Signore e stai sereno. Ma se riconosci di non essere in regola, ripara il male fatto e riparalo subito con una confessione generale o parziale, a seconda del caso, della tua vita passata per rimetterti in grazia di Dio. Fai questo però senza apprensione e con serenità d’animo. S. Margherita Maria Alacoque, prima della solenne professione dei voti, si preparava ad una confessione generale della sua vita. Ella si preparava con umiltà e contrizione, ma si affannava per trovare i suoi peccati. Gesù la tranquillizza: «Perché ti tormenti? Fa quello che puoi del canto tuo ed io supplirò al resto, perché nulla mi piace tanto in questo Sacramento quanto un cuore contrito e umiliato, che con sincera volontà d’emendarsi si accusa senza finzione: ed allora io perdono tutto».
Approfitta quindi dell’infinita misericordia di Dio che ancora ti dà il tempo di poter riparare. Inizia bene la serie delle nove Comunioni dei Primi Venerdì del mese, così potrai assicurarti la Grande Promessa del Cuore di Gesù: la tua salvezza eterna.

Esempio

Gesù premia persino il desiderio di fare i Nove Primi Venerdì.
Verso la fine del 1913 in una grossa borgata del Piemonte venne mandato come vice-parroco un giovane Sacerdote, il quale, per condurre le anìme a Dio con la frequenza dei Sacramenti, cominciò a predicare e diffondere la devozione al Sacro Cuore di Gesù, insistendo particolarmente sulla Grande Promessa. Il Signore benedisse il suo zelo in modo tale che dopo solo tre mesi si contavano già ben 500 persone (compreso un buon numero di uomini) che facevano i nove primi venerdì del mese.
Alla Pasqua del 1914, un uomo sulla trentina, padre di famiglia, che fino allora non aveva preso parte a questa pratica, invitato personalmente dallo zelante Sacerdote ad unirsi anche lui agli altri fedeli, rispose:
Adesso che ho capito bene le prometto che, passati i mesi d’estate in cui i lavori della campagna sono troppo pesanti, (a quel tempo non vi erano Messe serali e il digiuno eucaristico cominciava alla mezzanotte) al primo Venerdì di ottobre comincerò anche io le nove Comunioni. Glielo prometto sul serio perché vale la pena praticare questa devozione così facile per assicurarsi la salvezza dell’anima.
Pieno di vigore e di salute continuò a lavorare fino alla sera del giorno 8 agosto, ma il giorno dopo, domenica, dovette porsi a letto. Pareva una cosa da nulla, però alla sera, verso le ore 21, nonostante non vi fosse l’ombra di pericolo, volle che gli chiamassero il Sacerdote per confessarsi e ricevere gli ultimi Sacramenti.
Meravigliati i suoi familiari lo consigliavano di chiamarlo l’indomani perché stimavano mancanza di rispetto disturbare il Prete a quell’ora. Ma le insistenze furono tali e tante che la madre andò lei stessa in parrocchia a cercare del vice-parroco, chiedendogli nello stesso tempo mille scuse d’essere andata a disturbarlo a quell’ora, ma che l’aveva fatto perché costretta dall’ammalato e per non fargli passare una cattiva notte.
Il Sacerdote non tardò a presentarsi al suo capezzale accolto con un sorriso. d’inesprimibile gioia e riconoscenza. L’ammalato cominciò a dire: Quanto la ringrazio, Padre, d’essere venuto. Sospiravo proprio di vederla. Si ricorda che le avevo promesso di incominciare le Comunioni dei nove primi venerdì? Ma ora devo dirle che non potrò più farle. Il cuore di Gesù mi ha detto di mandarla a chiamare subito e di ricevere i Sacramenti perché sto per morire.
Con molta prudenza e carità il pio Sacerdote, senza domandargli spiegazioni particolari, lo confortò e lo incoraggiò a riporre nel Sacro Cuore di Gesù tutta la sua confidenza. Lo confessò e, poiché l’ammalato insisteva, gli portò il Santo Viatico. Era mezzanotte.
Alle quattro del mattino il Sacerdote tornò a visitare l’infermo che lo accolse con un sorriso che aveva dell’angelico, gli strinse la mano affettuosamente ma senza poter dire nulla perché, poco dopo la mezzanotte, aveva perduto la parola senza più riacquistarla. Ricevette l’Olio Santo e verso le due del pomeriggio volava in Paradiso a cantare le divine misericordie del Cuore di Gesù che premiava così il desiderio di fare i Nove Primi Venerdì concedendogli la grazia di fare una morte santa.
Le circostanze singolari di questo fatto indussero il padre, la madre, la moglie e il fratello del defunto a fare anche loro i Nove Primi Venerdì per assicurarsi la salvezza della loro anima.

 

Ottavo Venerdì – LA PREGHIERA
1) Che cosa è la preghiera?

La preghiera è una pia elevazione dell’anima a Dio, una conversazione o colloquio con Dio per adorano, ringraziarlo, chiedergli perdono per i peccati e domandargli le grazie convenienti alla salvezza eterna.

2) La preghiera è un dovere per tutti, perché Dio è

A) il Creatore e il Padrone di tutto l’universo, e noi siamo sue creature dipendenti in tutto da lui e quindi abbiamo il dovere di adorano, lodarlo, benedirlo;
B) il nostro Benefattore. Tutto quello che siamo, tutto quello che abbiamo ci viene da Lui e quindi abbiamo il dovere di ningraziarlo;
C) il nostro Salvatore. Per il peccato eravamo diventati schiavi di Satana, ma Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, ci salvò con la sua Passione, Morte, Resurrezione e con la fondazione della Chiesa, depositaria dei mezzi di salvezza. Quindi abbiamo il dovere di amarlo.

3) La preghiera è un bisogno.

Noi siamo tutti peccatori e abbiamo bisogno del suo perdono; siamo molto deboli per cui abbiamo continuo bisogno del suo aiuto; abbiamo bisogno di tante grazie e a chi possiamo ricorrere nelle nostre necessità se non a Lui, che ci ama di un amore infinito, che vuole aiutarci e può aiutarci perché è onnipotente.

4) La preghiera è efficace.

Noi siamo sicuri di ottenere da Dio quello che gli domandiamo? Certamente, perché ce l’ha promesso:
«Qualunque cosa domanderete al Padre mio nel mio nome ve la concederà» (G. 16:23). «Chiedete e vi sarà dato” (Mt. 7:7).
Durante il pellegrinaggio della Vergine di Fatima in tutto il mondo dal 1947 al 1955, nella città di Badajoz (Spagna) avevano preparato i più ricchi addobbi; tutte le autorità civili, militari, il Vescovo, il Clero, le Associazioni religiose e una innumerevole moltitudine di popolo stavano in gioiosa attesa della miracolosa Vergine. A darle il primo benvenuto era stata incaricata una giovanetta cieca.
Era davanti al microfono e, col metodo dei ciechi, leggeva il suo affettuoso indirizzo in cui diceva fra l’altro: «Tutti sono qui attorno alla tua Immagine, o dolce Signora di Fatima, per porgerti i loro filiali omaggi, per cantare le tue lodi, per venerarti e contemplare il tuo volto di paradiso. Anche io ti venero e ti amo anche se non ti vedo, perché la pupilla dei miei occhi è spenta! … Deh, liberami dalle tenebre che mi avvolgono; dai luce a questi occhi che vorrebbero vedere tutto quello che la fantasia mi dipinge nella mente!… Ma se non sono degna di questa grazia, o Signora di Fatima, aumenta la mia fede; dammi forza e coraggio per prendere dalla mano di Dio la mia sventura; sostieni la mia debolezza e illumina l’anima mia perché un giorno possa vederti e amarti in Paradiso».
Non si era spenta ancora l’eco delle ultime parole che un grido formidabile di gioia saliva al cielo: la fervorosa preghiera della fanciulla otteneva d’un tratto la vista ed essa si gettava, profondamente commossa, ai piedi della Vergine per esprimerle più con le lacrime che con le parole la grande gioia e la riconoscenza che sentiva nel cuore. La sua fervorosa ed umile preghiera aveva ottenuto il miracolo.

5) La preghiera è necessaria per tutti

tanto necessaria che se non preghiamo non possiamo salvarci, perché Dio ha stabilito di darci le sue grazie mediante il mezzo semplice della preghiera. Per questo Gesù non solo ci esorta, ma ci comanda di pregare: «Chiedete e otterrete» — «Vegliate e pregate per non cadere in tentazione, perché lo spirito è pronto ma la carne è debole (Mt. 14:38) — «Bisogna pregare sempre senza stancarsi mai» (Lc. 18:1).
E con la preghiera che otteniamo la forza di resistere agli assalti del demonio; è con la preghiera che otteniamo la forza di vincere le nostre cattive inclinazioni; è con la preghiera che otteniamo l’aiuto necessario per osservare i Comandamenti di Dio e compiere bene il nostro dovere quotidiano: in una parola è con la preghiera che noi otteniamo l’aiuto necessario per salvarci.
Nella prefazione del libretto «Del gran mezzo della preghiera» S. Alfonso Maria d. L. dice: «I predicatori e i Confessori inculcano tanti buoni mezzi alle anime per conservarsi in grazia di Dio: la fuga delle occasioni, la frequenza dei Sacramenti, la resistenza alle tentazioni, l’ascoltare la divina parola, il meditare le massime eterne ed altri mezzi, tutti umilissimi, non si nega, ma io dico a che servono le prediche, le meditazioni e tutti gli altri mezzi che danno i maestri spirituali senza la preghiera, quando il Signore ha dichiarato che non vuole concedere grazie se non a chi prega? «Chiedete e otterrete» (Gv. 16:24).
Senza la preghiera, parlando secondo la Provvidenza ordinaria, resteranno inutili tutte le meditazioni fatte, tutti i nostri propositi e tutte le nostre promesse. Se non preghiamo, saremo sempre infedeli a tutti i lumi ricevuti da Dio e a tutte le promesse da noi fatte. La ragione di questo sta in ciò: per fare attualmente il bene, per vincere le tentazioni, per esercitare le virtù, insomma per osservare i divini precetti non bastano i lumi da noi ricevuti, le considerazioni e i propositi da noi fatti, ma occorre l’aiuto attuale di Dio. Ora il Signore non concede quest’aiuto attuale se non a chi prega e a chi prega con perseveranza. I lumi ricevuti, le considerazioni e i buoni propositi fatti servono molto, ma è con la preghiera che otteniamo il soccorso divino che ci preserva dal peccato, ma se noi non preghiamo saremo perduti… Se per il passato vi trovaste aggravata la coscienza di molti peccati, credetemi, questo è il motivo: la trascuratezza di pregare e di chiedere a Dio l’aiuto per resistere alle tentazioni che vi hanno assalito» — motivo per cui il Santo Dottore affermava — «Chi prega si salva, ma chi non prega si danna».

A conferma di quanto dice S. Alfonso, riporto una pagina del libretto «Sono dannata», che porta l’Imprimatur del Vicariato di Roma: garanzia della serietà del tremendo episodio. Editrice del libretto: Libreria Sacro Cuore – Via Lenzi – Messina.
Una giovane, Annetta, già condannata all’inferno, è costretta da Dio a parlare all’amica Clara ancora vivente e che nell’autunno del 1937, quando avvenne l’episodio, si trovava a trascorrere le ferie in riva al Lago di Garda.
«Tu mi ammonisti una volta: Anna, se non preghi vai alla perdizione! Io pregavo davvero poco e anche :questo poco svogliatamente. Allora purtroppo tu avevi ragione. Tutti coloro che bruciano nell’inferno non hanno pregato o non hanno pregato abbastanza.
La preghiera è il primo passo verso Dio e rimane il passo decisivo, specialmente la preghiera a colei che fu la Madre di Cristo, il nome della quale noi non nominiamo mai. La devozione a lei strappa al demonio innumerevoli anime che il peccato gli consegnerebbe infallibilmente nelle mani. Proseguo il racconto consumandomi d’ira e solo perché devo (era costretta da Dio a dire la verità). Pregare è la cosa più facile che l’uomo possa fare sulla terra. E proprio a questa cosa facilissima Dio ha legato la salvezza di ognuno. A chi prega con perseveranza, Dio a poco a poco dà tanta luce, lo fortifica in maniera tale che alla fine anche il peccatore più impantanato si può definitivamente rialzare, fosse pure ingolfato nella melma fino al collo.
Negli ultimi anni della mia vita terrena non ho più pregato come di dovere e così mi sono privata delle grazie senza le quali nessuno può salvarsi».

6) I difetti della preghiera

Gesù ha detto: «In verità vi dico che qualunque cosa domanderete al Padre mio nel mio nome Egli ve la concederà» (Gv. 16:23). Come si spiega allora — dice qualcuno — ho pregato molte volte e il Signore ha fatto il sordo con me?
Non diamo la colpa al Signore quando essa è tutta nostra. Se non abbiamo ottenuto è perché abbiamo pregato male. Infatti la Parola di Dio ci dice (Ge. 16:23):
«Chiedete e non ottenete perché chiedete male». S. Agostino spiega così queste parole: Non ricevete o perché voi siete cattivi, o perché domandate cose cattive, o perché pregate malamente.

a) Perché siete cattivi
Noi che ci lamentiamo di non essere esauditi, come stiamo di coscienza? Se siamo in peccato mortale come possiamo pretendere che Dio ci ascolti? Il peccato grave ci fa schiavi di Satana e noi, dopo aver servito il demonio, abbiamo il coraggio di domandare la paga al Signore? Il peccato mortale ci fa nemici di Dio e noi pretendiamo che Egli aiuti di suoi nemici, i quali si beffano di Lui e saranno peggio di prima? Il Signore non è come gli uomini che vedono solo l’esterno, ma Egli scruta i cuori. Possono essere belle le parole che noi gli rivolgiamo, ma se la nostra anima è cattiva non saremo esauditi, ma riceveremo il rimprovero che Gesù lanciò ai farisei ipocriti: «Questa gente mi onora con la bocca, ma il suo cuore è lontano da me» (Mt. 15:8). Un uomo vive immerso nella melma dell’impurità, bestemmia, non va in chiesa, non prega ecc. In un momento della vita, mentre tutto gli va a rovescio, si ricorda di Dio e lo prega, accende delle candele votive, fa qualche offerta. La sua preghiera probabilmente, per nòn dire certamente, non sarà esaudita ed allora l’infelice impreca e bestemmia e decide di non pregare più. Come può costui pretendere di essere esaudito mentre egli continua a stare col peccato mortale nell’anima, non si pente affatto e non vuole confessarsi? Così una donna mondana, che calpesta la purezza in tutti i modi, come può pretendere di essere ascoltata da Dio se lei non vuole distaccarsi dal peccato che la lega al demonio? Ma allora — potrebbe dire qualcuno — è del tutto inutile che il peccatore preghi? No, è bene che lui preghi affinché il Signore gli usi misericordia dandogli un giorno o l’altro la grazia della conversione. Quindi perché la nostra preghiera venga esaudita, è necessario anzitutto essere in grazia di Dio, o, se si è in peccato, che ci si penti di esso e si abbia la buona volontà di confessarsi.

b) Perché domandate cose cattive
Gesù ci dice: « Finora non avete chiesto nulla nel mio nome: domandate e riceverete » (Gv. 16:24). Cosa significa domandare nel nome di Gesù? Significa domandare cose che riguardano il bene dell’anima nostra e la salvezza eterna. A quanti Gesù potrebbe rivolgere le parole che disse ai figli di Zebedeo: «Voi non sapete cosa domandate» (Mt. 20:22).
Purtroppo la nostra natura decaduta si china verso le cose della terra e non ci fa vedere il fine della nostra vita: la nostra salvezza eterna. Infatti a che cosa si riducono le nostre preghiere? Forse a chiedere la luce della verità ?… L’aumento della grazia santificante?… Il fervore dell’amore di Dio?… Il distacco dalle cose terrene e l’amore delle cose spirituali ?… La forza per tenere lontano da noi il peccato?… L’aiuto per esercitarci nelle virtù?… Chiediamo specialmente la nostra salvezza eterna?… No! Chiediamo invece una vita senza croci, una vita piena di beni materiali, di piaceri, di onori, ecc., cioè chiediamo che questa terra da valle di lacrime diventi valle di piaceri più o meno illeciti. Ma ci pensiamo che con queste cose noi roviniamo la nostra anima! Che pregiudichiamo la nostra salvezza eterna! Quanti, se non avessero avuto tanto denaro, ora sarebbero in Paradiso! Quanti, se non fossero saliti tanto in alto fra gli uomini, ora non sarebbero scesi tanto in basso fra i demoni! Quanti, se a tempo opportuno avessero avuto una croce, un lutto, la morte, ora non si dispererebbero per sempre nell’inferno!
Ecco perché Dio, Padre nostro, che ci ama senza misura e vuole la nostra felicità eterna, non sempre ci esaudisce quando gli chiediamo i beni terreni. Quale madre darebbe al suo piccolo figliuolo un rasoio, una pistola, una forbice ecc., per giocare? No, certamente, perché questi oggetti gli faranno del male, ma gli darà invece qualche altra cosa che lo farà contento senza fargli del male. E noi possiamo pensare che Dio non faccia per le anime nostre quello che la madre terrena fa con il suo figliuoletto? Perciò quando chiediamo beni temporali, salute, benessere, guadagni, riuscita negli affari ecc., dobbiamo chiederli sempre con sottomissione alla volontà divina e con la condizione che non nuocciano alla salute dell’anima nostra, che non pregiudichino la nostra salvezza eterna. Il Signore conosce meglio di noi i nostri bisogni e non ci farà mancare mai quello che ci è utile e necessario. Al riguardo riporto dal libro «Padre Pio da Pietralcina» del P. Alberto d’Apolito due edificanti testimonianze di due persone viventi: Pietruccio Cugino e Mercurio Vincenzo.

1) Pietruccio Cugino frequentava Padre Pio fin da quando era fanciullo ed aveva la vista. Nel 1932 in un pomeriggio, Pietruccio, ancora molto giovane ma già privo della vista da sette anni, si recò al convento, accompagnato dal terziario francescano Fini Michele, per salutare Padre Pio, che a quei tempi era relegato nel convento per i provvedimenti restrittivi delle supreme autorità.
Padre Pio gradì molto la visita di Pietruccio e gli rivolse subito la parola.

— «Beato te, Pietruccio, che non vedi il fango e il marciume di questo mondo. Hai meno occasioni di offendere il Signore!
Dimmi la verità, hai desiderato qualche volta di riavere la vista?
— (Pietruccio): «Non ci ho mai pensato…».
— (P. Pio): «Vorresti riaverla?».
— (Pietruccio): «Non so che cosa rispondere».
— (P. Pio): «Come non lo sai! Vuoi o non vuoi la vista?».
— (Pietruccio): «Padre, ci debbo pensare».
— (P. Pio): «Se la vuoi, pregheremo la Madonna, che è tanto buona e potente sul cuore del Figlio suo Gesù…».
— (Pietruccio): «Padre, io sono nato con la vista. All’età di dodici anni, il Signore me l’ha tolta. Se il Signore mi ha tolto la vista ha avuto i suoi motivi. Ora perché pregare contro la volontà di Dio? Perché richiedere ciò che prima mi ha dato e poi mi ha tolto?».
— (P. Pio): «Vuoi o non vuoi la vista?».
— (Pietruccio): «Padre, il Signore sa quello che fa. Io voglio fare sempre la volontà di Dio. Se il Signore dovesse restituirmi la vista e questa dovesse essere occasione di peccato, ci rinunzio».
Padre Pio, a questa risposta decisa e sapiente di Pietruccio, con l’animo pieno di gioia, lo abbracciò e lo benedisse.

2)Il prof. Mercurio Vincenzo nacque cieco a Benevento. Da giovane reagì alla cecità dandosi con passione allo studio. Si laureò giovanissimo in filosofia e scienze affini nel 1941 e conseguì subito la cattedra di Benevento.
Cresciuto senza educazione religiosa, non frequentava né chiesa né Sacramenti. In occasione di una visita a P. Pio, viene scosso nel suo spirito, si converte e comincia una vita veramente cristiana. Nell’agosto del 1950 vinse la cattedra alle magistrali di S. Giovanni Rotondo, dove si tabi1isce definitivamente. Nel dicembre del 1959 Padre Pio benedice il suo matrimonio con una giovane ostetrica di Brescia, venuta a S. Giovanni Rotondo, nell’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza, per motivo di lavoro. Da questo matrimonio nacquero cinque figli. Dopo il quinto parto, la giovane madre si ammalò di male incurabile. Il suo calvario durò alcuni anni. Si pregava da tutti per la guarigione della giovane sposa e madre, che doveva accudire al marito bisognoso, ai piccoli da crescere e alle faccende di casa.
Un giorno P. Alberto, l’autore del suddetto libro, disse al Prof. Mercurio: «Vincenzo, ho saputo che la signora va peggiorando. Preghiamo con insistenza, cerchiamo di strappare la grazia della guarigione al Cuore della Madonna, mediante l’intercessione di P. Pio. La sua vita è necessaria per te, per i bambini e per la casa».
Vincenzo, reprimendo il suo dolore, mi rispose:
«Padre Alberto, giorno e notte prego che si compia la volontà di Dio nella mia famiglia. Egli sa quello che fa. Se vuole la mia diletta consorte, come vittima, la prenda pure per la maggior glorificazione del suo santissimo nome».
P. Alberto: «Vincenzo, la tua preghiera è ben fatta, è la preghiera di un uomo di Dio. Il Signore però vuole che i chieda per ottenere grazie. Nel Vangelo vi è un invito incessante alla preghiera… un invito pressante a domandare con fede la guarigione e la salute della consorte».
Vincenzo: «Le parole del Vangelo sono rivolte alle anime superficiali, a quelle anime convertite di recente, tentennanti dinnanzi alle prove. Gesù per aiutarle le invita a chiedere, a bussare, a pregare per ottenere le grazie.
Le anime già formate agli insegnamenti di Cristo, non hanno bisogno di chiedere. Esse sanno di essere totalmente possedute dal Signore e nulla desiderano che non sia conforme alla volontà di Dio».
P. Alberto: «Quello che tu dici è vero. Ma il Signore nonostante che sia in noi vuole che si chieda ciò che desideriamo».
Vincenzo: «Io ho sempre pregato: Signore, se vuoi la vittima nella mia famiglia, prendi me che sono un povero cieco; risparmia la mia consorte che è necessaria per i miei bambini. Se il Signore non mi ascolta, che cosa ci posso fare? Non mi ribello alla sua volontà, anzi prego che si compia in tutta la pienezza nella mia famiglia per la maggior gloria di Dio».
Risposta sublime! La donna morì santamente. E quando P. Alberto, prima di sciogliersi il corteo funebre, si avvicinò a Vincenzo ed esclamò: «Vincenzo, non so cosa dirti!…». Egli gli rispose: «Padre Alberto, ringraziamo il Signore. Il suo santissimo nome è stato glorificato nella mia famiglia. Sia fatta sempre la sua divina volontà».
Quali sublimi insegnamenti ci danno questi due ciechi, formati alla scuola di un grande maestro di preghiera e di sofferenza, P. Pio da Pietralcina!

c) Perché la preghiera è fatta male
La preghiera è fatta male quando si prega: 1) senza attenzione; 2) senza umiltà; 3) senza fiducia; 4) senza perseveranza.

1) Senza attenzione La preghiera è una conversazione con Dio, così come si conversa col padre, con la madre, con l’amico, con una persona cara.
Quando preghiamo non è necessario il libro, non è necessaria tanta istruzione. Ci sono delle persone che neppure sanno leggere, eppure sanno pregare benissimo. Basta aver fede che Dio è presente, ci vede, ci ascolta e conosce anche i desideri più intimi del nostro cuore. Quando noi abbiamo presente questo, allora la nostra preghiera diventa facile e attenta.
Quando un fanciullo parla con suo padre, con la sua mamma, con i suoi fratelli o amici, non usa frasi stampate di un libro, non si distrae, ma con grande spontaneità dice loro quello che sente nel suo cuore, quello che desidera ecc. Così dobbiamo fare anche noi quando preghiamo, quando parliamo con il nostro Padre Celeste, con Maria, Madre di Gesù e Madre nostra, con i Santi, nostri fratelli.
Non credìamo che la preghiera consista nel dire molte parole, alle volte con tono alquanto forte da disturbare anche gli altri; non consiste nel recitare parole con le labbra, mentre la nostra mente pensa ad altre cose, i nostri occhi si voltano a destra e a sinistra, il nostro cuore è lontano con qualche creatura. Pregando in questo modo non possiamo pretendete che Dio ci ascolti quando noi stessi non pensiamo e non sappiamo quello che stiamo chiedendo. Gesù ci avverte: «Questa gente mi onora con la bocca, ma il suo cuore è lontano da me » (Mt. 15:8). « Quando pregate non usate tante parole, come fanno i pagani che credono di essere esauditi per il molto parlare. Non imitateli perché il vostro Padre celeste sa bene, prima ancora che glielo chiediate, di quai cose avete bisogno» (Mt. 6:7).
Perciò bisogna pregare con la mente e con il cuore e cioè attentamente e devotamente.

2) Senza umiltà
Dio è Maestà infinita e perfettissima, mentre noi siamo nulla peccatori, indegni delle sue grazie e meritevoli dei divini castighi. Perciò quando preghiamo ci si addice un contegno umile, convinti della nostra indegnità. Dio respinge la preghiera del fariseo perché era superbo, mentre accolse quella del pubblicano perché umile (Lc. 18:10-14).
L’umiltà è la migliore disposizione per ben pregare e per ottenere le grazie da Dio. La preghiera di un’anima umile penetra il cielo e Dio la esaudisce.

3) Senza fiducia
L’umiltà non deve però generare in noi diffidenza verso la Bontà di Dio. Noi siamo indegni di essere ascoltati dal Signore, ma abbiamo da trattare con la sua misericordia infinita. Uniti a Gesù, Capo del Corpo mistico, scompare la nostra indegnità e quindi possiamo ottenere tutto quello che chiediamo ed è utile per la gloria di Dio e per il nostro bene spirituale, per la nostra salvezza. Preghiamo noi con questa fiducia? San Bernardo dice: «Essendo la divina misericordia una fonte immensa, più grande è il vaso della confidenza, maggiore sarà l’abbondanza di grazie che si ottengono». La fiducia è indispensabile per essere esauditi perché essa è la chiave che ci apre i tesori della bontà. Infatti Gesù ci dice: «Qualunque cosa domanderete con la preghiera, abbiate fiducia di ottenerla e l’otterrete» (Mc. 11:24). La nostra fede dev’essere totale e piena di fiducia. Soprattutto dev’essere molto umile. Dobbiamo partire dal principio che Dio ne sa infinitamente più di noi circa quello che ci conviene o non ci conviene ottenere in funzione della nostra salvezza eterna, che è la sola che conta veramente. Dobbiamo anche ricordare che Dio può mettere alla prova la nostra fede e fingere di «nascondersi» alla nostra preghiera, e allora dobbiamo ripetere l’invocazione che Gesù ci ha insegnato: «Sia fatta la Tua volontà e non la mia». Con queste disposizioni il cristiano deve chiedere l’aiuto di Dio nelle sue necessità. Sicuro che, se la grazia che chiede non contraddice il divino volere, la sua preghiera sarà esaudita anche nell’ordine temporale delle cose; e a maggior ragione in quello soprannaturale.

4) Senza perseveranza
Un uomo a mezzanotte batte alla porta di un suo amico: amico, prestami tre pani perché mi è capitato a casa improvvisamente un amico che ha fame ed io non ho nulla da dargli. L’amico non viene neppure alla finestra e di dentro gli risponde: Senti, mi dispiace ma ho già chiuso tutta la casa. Io sono a letto, i miei figli pure, non posso accontentarti. L’altro non si scoraggia e ricomincia a battere la porta una, due, tre volte. L’amico non può più dormire ed allora si alza e l’esaudisce se non per amicizia, ma almeno per togliersi quella seccatura (Lc. 11:5-8).
Con questa parabola Gesù ci raccomanda la perseveranza nella preghiera. Quindi preghiamo senza scoraggiarci e con perseveranza. Santa Monica per ottenere la conversione di suo figlio S. Agostino pregò per ben diciotto anni.

7. – Alcune difficoltà
1) Tanti dicono: Io non ho tempo di pregare perché sono troppo occupato nei miei affari.
Chi dice così sconosce il motivo per cui egli si trova su questa terra. Non sa che qui siamo di passaggio diretti all’altra vita, quella vera che durerà per l’eternità.
Senza la preghiera non possiamo salvarci e la salvezza dell’anima è l’affare più importante della nostra vita.
2) Altri dicono: Io m annoio a pregare e mi distraggo continuamente.
Questo è dovuto al fatto che il vostro cuore è attaccato alla vanità del mondo; voi amate le creature, il denaro, i piaceri e non amate affatto il Signore.
3) Altri dicono: Io non prego perché non ottengo niente.
Questo succede perché, come già abbiamo detto, o voi siete cattivi, o perché domandate cose cattive, o perché pregate malamente, oppure voi vi ingannate Infatti anche quando vi sembra di non essere esauditi, dovete ricordare che Dio, nella sua infinita bontà misericordiosa, anche se non vi concede quella grazia particolare che voi gli domandate, perché è nociva all’anima vostra nonostante che voi la stimiate necessaria, vi concederà grazie molto più grandi e necessarie di quelle da voi richieste. La nostra preghiera non è mai vana, non è mai sterile perché anche se non ci ottiene quello che noi chiediamo, ci otterrà certamente altre grazie più utili e necessarie.
8. – Osservazione
La preghiera non è fine a se stessa, ma è un mezzo stabilito da Dio per ottenere le sue grazie, per compiere bene il proprio dovere, per salvarsi facendo la sua volontà. Ma se una persona recita molte preghiere a scapito del suo dovere, e porta odio, non vuole perdonare il suo prossimo, calpesta la purezza, commette ingiustizie, ecc., a che cosa gli giova la preghiera? A nulla, perché dice il Signore: «Non chi dice:
Signore, Signore, entrerà nel regno dei Cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio, questi entrerà nel regno dei Cieli!» (Mt. 7:21).

Fratello carissimo, ti prego, a conclusione di quanto è stato detto, di riflettere su quanto S. Alfonso scrisse nel citato libretto: «Del gran mezzo della preghiera»:
«Tutti i beati, eccetto i bambini, si sono salvati con la preghiera. Tutti i dannati si sono perduti per non aver pregato. Se avessero pregato non si sarebbero perduti».

Perciò ogni giorno ricorri all’arma della preghiera per stare sempre in grazia di Dio e prega Maria Saritissima perché ti ottenga la grazia di fare bene i Nove Primi Venerdì del mese per conseguire la Grande Promessa del Cuore di Gesù.

primo Esempio

Delirio che scompare alla vigilia del Primo Venerdì
Nel maggio 1913 si ammalava in Genova un giovarietto tredicenne e la malattia l’assalì con tale violenza che fin dai primi giorni perdeva la conoscenza, nè vi era speranza che potesse riacquistarla. La sua povera madre era inconsolabile per il timore che, morendo senza poter ricevere i Sacramenti, potesse perdersi eternamente. O se tutte le madri sapessero amare di questo vero amore i loro figli!
Quel giovanetto aveva già incominciato le Comunioni dei primi venerdì. Poteva il Sacro Cuore di Gesù abbandonarlo in quegli estremi momenti? Erano ormai 15 giorni che era in delirio e si era giunti al giorno 5 giugno, vigilia del primo venerdì del mese. Improvvisamente, con grande sorpresa di tutti, egli si desta come da un sogno e domanda: Che giorno e domani? Il primo venerdì, risponde la madre. E conie potrò fare domani la Comunione se mi trovo a letto? Non temere, bambino mio, soggiunse quella giubilante, Gesù è tanto buono che verrà Lui stesso a trovarti, giacché tu non puoi andare in Chiesa.
Fu chiamato subito il Confessore, cui il giovanetto fece con piena lucidità di mente la sua confessione e, dopo breve preghiera, un’altra volta restò privo di sensi e non si ridestò dal suo torpore mortale che il giorno dopo quando gli fu portata la Comunione. Dopo aver fatto un breve ringraziamento si assopì di nuovo. Durante i 12 giorni che ancora visse non diede più alcun seguo di conoscenza. Finalmente il 18 giugno rese la sua bell’anima a Dio, che fedele alla sua Grande Promessa, lo accoglieva nel regno della sua gloria.
(Dal periodico: «La settimana religiosa di Genova)

2° Esempio

«Da circa 50 anni — dice il citato don Antonio Santangelo — il signor Nicola non entrava in chiesa. Non che fosse un mangiapreti, ma quell’abitudine non l’aveva mai avuta. Un giorno pensai come fare per salare quest’anima.
Non vedevo mezzo alcuno. Intanto continuavo a salutarlo per primo e a rivolgergli qualche breve parola passando avanti la sua casa. Un altro giorno pensai: debbo fargli fare i primi Nove Venerdì. Dal pensare… a fare ci sono due mari, tuttavia bisognava cominciare a fargli la proposta e fargliela tante volte.
Un giorno gliela andai a fare. Il signor Nicola trasecolò; gli avessi parlato cinese forse avrebbe capito qualche cosa di più. Di questo ne ero certo; ma pensai:
un grosso albero non si taglia con un solo colpo discure. Così ritornai di tanto in tanto alla carica, finché un giorno mi disse: Ma faccia come vuole!…
— No, signor Nicola; questo mai. Come posso portagli il Signore se lei non lo vuole ricevere… Se però lo vuole fare entrare a casa sua io glielo porto. — — Può essere che caccio il Signore da casa mia? — “Ci siamo”, pensai. E al 1° Venerdì successivo gli feci cominciare i 9 Venerdì. Non li cominciò con tanto entusiasmo, ma neppure male. Così continuai a porta- gli la Comunione, anche quando lui poteva venire in chiesa con i suoi piedi. Però notai presto il lavorìo della Grazia. Cominciò ad attendere la Comunione e a petere le preghiere con me, rassegnarsi alla malattia e a pregare da solo.
Finalmente terminò i 9 Venerdì in questo anno 1975. L’indomani dell’ultimo Venerdì, senza che messuno se l’aspettasse, morì. Gesù l’aveva promesso e Lui sa mantenere la parola».

 

Nono Venerdì – IL DOLORE
—1—

Se Dio è Amore e Misericordia, come si spiega il dolore che attanaglia l’umanità? Questa è la difficoltà più frequente che si sente fare anche dal credente, dal cristiano che frequenta la Chiesa e i Sacramenti, perché si dimentica che il mondo com’è adesso non è quello voluto da Dio, ma quello rovinato dal peccato.
Dio, dopo aver creato il mondo con tutte le meraviglie che ci circondano: il sole, la luna, le stelle, i mari, i monti, le piante, i fiori, i frutti di ogni genere; dopo aver creato l’indefinita varietà di pesci, di uccelli, di animali; dopo aver preparato la culla del genere umano con tutte le delizie del paradiso terrestre, volle creare l’uomo a sua immagine e somiglianza per renderlo partecipe un giorno della sua stessa felicità eterna.
Creando l’uomo avrebbe potuto lasciarlo nel semplice stato naturale e, dopo una vita naturalmente onesta, dargli una felicità naturale, infinitamente inferiore a quella soprannaturale del Paradiso. Dio, invece, elevò l’uomo allo stato soprannaturale facendolo suo figlio adottivo. Siccome il figlio deve avere la stessa natura del padre, Dio lo fece partecipe della sua natura divina mediante la grazia santificante, per cui Gesù ci fa pregare: «Padre nostro, che sei nei cieli… » (Matt. 6,9), e San Giovanni (I Gv. 3,1-2) ci dice: «Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!… Carissimi noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando Egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui perché lo vedremo così come Egli è».
Oltre il dono soprannaturale della grazia santificante, che ci fa partecipi della vita divina, Dio aveva dato all’uomo altri doni, fra i quali quelli preternaturali dell’impassibilità e dell’immortalità, per cui l’uomo non doveva mai soffrire e mai morire. Tali doni erano però legati alla riuscita della prova alla quale Dio sottopose l’uomo.
Che cosa poteva mancare all’uomo in quella dimora incantevole? Nulla: godeva un paradiso in terra in attesa di entrare un giorno nella gloria e nel possesso di Dio per tutta l’eternità.
Un solo comando gli aveva dato Dio: non mangiare i frutti dell’albero che si trovava nel mezzo del giardino del paradiso terrestre. Conosciamo la storia della sua dolorosa caduta:
Adamo, spinto da Eva già sedotta da Satana, si ribellò a Dio mangiando il frutto dell’albero vietato. Commise il primo peccato grave di superbia e di ribellione, chiamato «peccato originale», perché Adamo è il capostipite dell’umanità.
L’uomo, staccandosi da Dio con una scelta libera ed errata, ha innescato tutto un processo di realtà negative, delle quali la peggiore è la morte. Infatti la parola di Dio (Sap. 2:23) dice «Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della sua natura. La morte è entrata nel mondo per invidia del Diavolo» che convinse Adamo a ribellarsi all’ordine di Dio.
Come conseguenza del peccato non dobbiamo intendere solo la morte, ma anche la sofferenza di ogni tipo che ne è il sottoprodotto.
Il Padre, sin dal primo istante dopo il peccato, incalza col suo amore questi figli ribelli che si nascondono e cerca di provocare il loro pentimento, rivolgendosi prima ad Adamo: «Dove sei?», e poi ad Eva:
«Che cosa hai fatto?» (Gen. 3,8-12).
Sarebbe bastato che almeno uno di loro gli avesse detto: «Ho sbagliato! E colpa mia! » per permettere al Padre di reintegrarli nel primitivo stato di grazia, cioè della vita divina che li aveva resi figli di Dio e re del creato.
Dal momento che Adamo ed Eva non aff errarono il suo richiamo d’amore, il Padre prova con le maniere forti, presentando il drammatico quadro delle conseguenze del loro peccato, nella speranza che (se non per amore almeno per timore) riconoscano il loro errore, il loro peccato. Il Padre è sempre pronto al perdono, per convincercene basta citare un parallelo biblico con quello che Dio, mediante il profeta Natan, dice a Davide, dopo i suoi grandi peccati (2 Sam. 12,9-13): «Tu hai colpito di spada Uria 1’Hittita, hai preso in moglie sua moglie e lo hai ucciso con la spada degli Ammoniti. Ebbene, la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, poiché ti mi hai disprezzato… Ecco io sto per suscitare contro di te la sventura dalla tua stessa casa.
Allora Davide disse a Natan: Ho peccato contro il Signore! Natan rispose a David: Il Signore ha perdonato il tuo peccato; tu non morirai». Dio per mezzo del profeta Natan che parla a suo nome, usa con Davide lo stesso tono e lo stesso stile che usò con Adamo.
Davide riconosce il suo peccato ed è salvo; tutte le sciagure prospettate su di lui e sulla sua famiglia vengono sciolte dal Padre che «perdona il peccato» e libera dalle sue conseguenze. Adamo invece non riconosce la sua colpa e il Padre non può intervenire con la sua misericordia. La famiglia umana, perché discendente da Adamo ed Eva, dovrà subire tutte le conseguenze del peccato: la sofferenza, la morte e tutte le angherie del Demonio, il padrone di cui il capostipite, Adamo, si è reso schiavo. Perciò il dolore e la morte sono le conseguenze del peccato originale aggravate dei peccati personali di ogni uomo.
Questo ci spiega perché la sofferenza e la morte ci ripugnano, proprio perché Dio ci ha creati per la felicità e l’immortalità. Gesù Cristo, la seconda Persona della SS.ma Trinità, s’incarnò nel seno purissimo dell’Immacolata e sempre Vergine Maria, e s’immolò sulla croce per rifare l’uomo decaduto di nuovo figlio di Dio ed erede del Paradiso. Per realizzare questo Gesù scelse la via della sofferenza, insegnandoci così che la sofferenza è condizione necessaria per salvarsi.

—2—

Dio è Amore (Gv. 4:8). La fede in questa fondamentale verità è necessaria per poter scorgere nell’amore di Dio la causa prima ed efficiente di tutte le sue opere.
È la sovrabbondanza del suo amore che ha reso Dio Creatore: «Tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv. 1:3).
È il suo amore che ha ispirato l’Incarnazione: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito» (Gv. 3:16).
È l’ineffabile suo amore che ha voluto la redenzione: «Vivo nella fede che ho sul Figlio di Dio che mi ha amato e ha sacrificato sé stesso per me» (Gal.2:20).
È il suo tenero amore che ci ha dato i Sacramenti e particolarmente l’Eucaristia: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv. 13:1).
È il suo amore che ha disposto il Purgatorio per le anime che le prove e le sofferenze della vita non hanno abbastanza purificato.
È il suo amore infinito che ha preparato il Paradiso per le anime di buona volontà.
È il suo amore oltraggiato, respinto e giusto che ha creato l’inferno per gli Angeli ribelli e per gli uomini che, fino all’ultimo istante della loro vita terrena, disprezzano e rifiutano la grazia dell’Amore misericordioso che li chiama al pentimento e alla salvezza. Un paragone chiarisce l’affermazione. Immaginiamo un padre molto buono, che sacrifica tempo, energie, salute, sostanze, tutto sé stesso per il bene di un figlio. Costui, anziché ricambiare con amore riconoscente, pensa solo a sfruttare i benefici del padre e a beffarlo e ingiuriarlo. Il padre potrà sopportare, perdonare, correggere, richiamare per moltissime volte, ma quando tutto ciò è diventato inutile, si sdegnerà e punirà il figlio malvagio. Così fa Dio col peccatore ostinato. Egli ha amato l’uomo smisuratamente fino a sacrificare sé stesso. Ma se l’uomo sdegna quest’amore, allora Dio deve dare corso alla sua giustizia per riparare il suo amore.
L’inferno stesso è diventato nei mirabili disegni di Dio un efficacissimo mezzo di salvezza. Infatti se non ci fosse l’inferno pochissimi andrebbero in Paradiso: solo i Santi che amano Dio con tutto l’ardore del loro cuore, mentre la stragrande maggioranza degli uomini, incantata, stordita e ingannata dai piaceri terreni, dimenticherebbe Dio e disprezzerebbe il suo Paradiso. Invece la paura dell’inferno eterno spinge moltissimi a pentirsi dei loro peccati, a confessarsi per rimettersi in grazia di Dio e quindi a salvarsi. Per que— sto si può benissimo dire che salva più anime l’inferno che il Paradiso.

—3—

Inoltre dobbiamo credere nell’amore di Dio nei singoli avvenimenti di cui s’intreccia la vita del mondo e dei singoli individui. Dio non può fare che opera di amore anche quando castiga su questa terra, perché il castigo di Dio è uno solo, 1inferno eterno, mentre i castighi temporali sono atti di misericordia per la salvezza delle anime.
Ecco al riguardo quanto diceva Gesù ad un’anima privilegiata, Suor Consolata Betrone. Durante il conflitto italo-etiopico (1935-36), pregando Subr Consolata per i Cappellani militari perché si mantenessero all’altezza della loro missione, Gesù le rispondeva: «Vedi questi giovani (i soldati), la maggior parte nelle loro case marcirebbero nei vizi. Invece in guerra, lontani dell’occasione, con l’assistenza del Cappellano, mori ranno e saranno eternamente salvi». La stessa cosa le ripeteva circa la crisi economica che già travagliava il mondo primi dell’ultimo conflitto mondiale:
«Anche la miseria attuale che regna nel mondo non è opera della mia giustizia, ma della mia misericordia. Quante colpe di meno per mancanza di denaro. Quante preghiere di più s’innalzeranno verso il cielo nelle strettezze finanziarie. Oh, non credere che i dolori della terra non mi commuovono, ma Io amo le anime, le voglio salve, e per raggiungere il mio scopo sono costretto ad usare rigori. Ma credilo, è per fare misericordia. Nell’abbondanza le anime si dimenticano di me e sì perdono, nella miseria tornano a Me e si salvano».
Durante la tremenda seconda guerra mondiale, l’8 dicembre 1940 fra Gesù e Suor Consolata supplicante per la pace, si svolgeva il seguente dialogo:
— Vedi, Consolata, se oggi Io concedessi la pace, il mondo ritornerebbe nel fango… la prova non sarebbe sufficiente…
— Ma, Gesù, tutta questa gioventù inviata al macello!
— Oh, non è meglio due, tre anni di acerbe, intense, inaudite sofferenze e poi un’eternità di gaudii, anziché un’intera vita di dissolutezze e poi un’eterna dannazione?…
— Ma, Gesù, non sono tutti cattivi!
— Ebbene, i buoni aumenteranno i loro meriti. No, non dare la colpa ai capi delle nazioni, essi sono semplici strumenti nelle mie mani. Per potere salvare il mondo oggi è necessario così. Oh, quanta gioventù ringrazierà in eterno Dio per essere perita in questa guerra che l’ha salvata eternamente! Hai capito?… Se Io permetto tanto, tanto dolore nel mondo è per questo unico scopo: salvare le anime per l’eternità». Non passi inosservata la luminosa profondità delle parole «Non dare la colpa ai capi delle nazioni, essi sono semplici strumenti nelle mie mani», che ricordano il divino insegnamento al profeta Isaia (Is. 10:5-6):
«Oh! Assiria, verga del mio furore, bastone del mio sdegno. Contro una nazione empia (Giuda) io la mando e la comando contro un popolo con cui sono in collera perché lo saccheggi, Io depredi e lo calpesti come fango di strada».
Anche per bocca del profeta Geremia (Ger. 51:20) Dio dice di Babilonia:
«Un martello sei stata per me, uno strumento di guerra; con te martellavo i popoli, con te annientavo i regni». Questa mistica visione delle tragedie storiche prodotte dai «capi delle nazioni>’ che sono «semplici strumenti» nelle mani del Signore: 1) Non toglie la loro responsabilità del male che fanno e di cui hanno da rendere conto; 2) non impedisce che l’onnipotenza di Dio faccia servire anche la malvagità umana all’attuazione del suo disegno provvidenziale di eterna salvezza; 3) i flagelli della vita presente, accettati a purificazione nostra, servendocene pazientemente, diventano mezzi di soddisfazione e di espiazione, di santificazione e di apostolato.

—4—

Come nelle sventure pubbliche, così in quelle familiari e individuali bisogna credere nell’amore di Dio. Sempre, anche nei casi più intensamente dolorosi, davanti ai quali l’umana ragione si domanda smarrita: ma perché? La risposta che viene dal cielo è ancora: amore, bontà, misericordia di Dio.
Un giorno alle lacrime di Suor Consolata per l’improvvisa morte di una sua compagna d’infanzia, certa Celeste Canda, che lasciava orfani quattro bimbi, dei quali la maggiore di appena nove anni, Gesù rispondeva: «Celeste Candia ora gode la mia dolce eterna visione e dal Paradiso veglia con maggiore tenerezza sulle anime dei suoi quattro bimbi, più che se fosse rimasta sulla terra». Quale soave conforto, quanta luce di Cielo gettano queste semplici parole su tutti i lutti familiari! La fede è l’unica forza nel dolore!

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Insomma credere all’amore misericordioso di Gesù vuol dire che Egli ci ama, ci vuole salvi e che tutto ciò che Egli opera, vuole o permette, sia nel mondo universo come nel piccolo mondo dell’anima, è sempre per il nostro bene. Sono poche però le anime, anche se dedite alla pietà, che abbiano questa fede viva e pratica nell’amore di Dio. Ce l’hanno forse, ma debole e facilmente essa vacilla sotto i colpi di scalpello del divino Artefice intesi a perfeziojiare l’opera delle sue mani.
Lo scultore ha dinnanzi a sé un blocco di marmo informe e ne vuole ricavare una bella statua. Prende lo scalpello e batte e ribatte sul marmo fino a quando la figura umana marmorea corrisponde a quella che ha ideato. Se il marmo potesse sentire e parlare direbbe all’artista: ma perché mi batti?… perché mi tormenti?… lasciami in pace! Lo scultore potrebbe rispondere: Faccio tutto questo per il tuo bene. Tu saresti un blocco di marmo insignificante, mentre col mio lavoro ti rendo celebre. Verranno a visitarti uomini illustri. Tu passerai alla storia e verrai custodito come un tesoro! — Così fa Gesù con noi. Sotto lo scalpello del dolore quante virtù esercitiamo: la fede, la speranza, la carità, l’umiltà, la pazienza e tante altre virtù. Quale cumulo di meriti guadagniamo per il Paradiso. Quante anime potremo salvare.
Le nostre sofferenze, in sé stesse di pochissimo valore, unite però alle sofferenze di Gesù Cristo, acquistano un valore inestimabile per la salvezza di tanti nostri fratelli peccatori. Ecco al riguardo il luminoso esempio del Papa Giovanni Paolo Il. Il giorno 24 maggio 1981, a undici giorni del sacrilego attentato, il Papa alla folla, accorsa in Piazza S. Pietro a mezzogiorno, rivolge un significativo messaggio registrato in cui dice fra l’altro: «Desidero oggi rivolgermi in modo particolare a tutti gli ammalati, esprimendo ad essi io, infermo come loro, una parola di conforto e di speranza. Quando, all’indomane della mia elezione alla Cattedra di Pietro, venni per una visita al Policlinico Gemelli, dissi di volere appoggiare il mio ministero papale soprattutto su quelli che soffrono. La Provvidenza ha disposto che al Policlinico Gemelli ritornassi da malato. Riaffermo ora la medesima convinzione di allora: la sofferenza accettata in unione con Cristo sofferente ha una sua efficacia impareggiabile per l’attuazione del disegno divino della salvezza. Ripeterò quindi con San Paolo: Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo Corpo che è la Chiesa. Invito tutti gli ammalati ad unirsi a me nell’offerta a Cristo dei loro patimenti per il bene della Chiesa e dell’umanità. Maria Santissima ci sia di sostegno e di conforto».

Quante anime sono portate a vedere in Dio più che il Padre buono il Padrone severo! E per esse questo dolce lamento di Gesù a Suor Consolata: «Non fatemi Dio di rigore, mentre Io non sono che Dio di amore!».
— E per esse la risposta di Gesù a Suor Consolata, che gli aveva domandato come preferisse essere chiamato: «Amore immenso, Bontà infinita». — per esse ancora il consiglio di Gesù a lei, indecisa se mettere in una lettera — che veniva inviata ad una persona benefattrice del monastero — «Il Cuore Sacratissimo di Gesù» oppure «Il Cuore buono di Gesù»: “Metti «il Cuore buono di Gesù» perché che Io sia santo lo sanno tutti, ma che sia buono non tutti lo sanno”.
L’anima pertanto che vuole vivere di amore, deve ben fondarsi in questa verità: Dio è Amore e tutto quello che vuole o permette nei riguardi di ciascuno di noi è per il nostro maggior bene, per la nostra santificazione e salvezza eterna — ed applicarla ai mille casi della vita quotidiana. Non fermarsi alle creature o agli eventi, ma in tutto vedere Dio e il suo amore misericordioso; e sempre, tanto nelle cose prospere quanto nelle avverse, nella quiete o tra i flutti in tempesta, raccogliere le proprie energie per far giungere al Cielo il grido della sua fede incrollabile: Sacro Cuore di Gesù, credo al tuo amore per me!
Ma se quando siamo provati dalla sofferenza ci lamentiamo contro il Signore, dimostriamo di avere pochissima fede. Chi non ha assistito qualche volta ad una vaccinazione di bambini? La mamma stessa porta dal dottore il suo bambino tanto amato. Il piccolo strilla, sferra calci con i suoi piedini per sfuggire dalle braccia materne, graffia e piange: Mamma cattiva, mamma cattiva! Ma la mamma, nonostante la sofferenza interna del suo cuore, non si lascia commuovere, denuda le rosee braccine e le sottopone alla lancetta pungente del dottore perché le scalfisca fino al sangue. La mamma perché fa vaccinare il suo bambino? Per farlo soffrire? No certamente, ma per preservarlo dalle malattie e fargli godere ottima salute. Così Dio, Padre nostro, fa con noi: ci sottopone alla vaccinazione del dolore per farci scampare dalle malattie gravi del peccato, che possono mandarci all’inferno, e per farci godere eternamente il Cielo. — Sotto la stretta del dolore noi, come un bambino che ancora non capisce, ci rivoltiamo contro Dio con i nostri insulti, bestemmie, insofferenze quasi a volerlo graffiare come i bambini della vaccinazione, ma il Signore che ci ama di un amore infinito non si lascia commuovere perché vuole il vero bene: la nostra salvezza e felicità eterna. — Quei bambini vaccinati, quando saranno cresciuti diranno: benedetta la severità della mia mamma che mi ha fatto soffrire perché così ora godo ottima salute! — Così noi provati ora dalla sofferenza, quando saremo in Paradiso, esclameremo: benedetta la severità di Dio che ci ha fatto soffrire sulla terra perché così abbiamo evitato l’inferno ed ora possiamo godere dell’eterna felicità dei beati!

La sofferenza è anche castigo ma sempre permeato di misericordia.
Quando Gesù incontrò nel tempio il paralitico, guarito miracolosamente, gli disse: «Non peccare più affinché non ti accada di peggio!» (Gv. 5). Queste parole di Gesù ci dicono chiaramente che tanti mali, tante sofferenze piombano sugli uomini come punizioni dei peccati. Il Signore manda i suoi castighi sulla terra ora qua, ora là secondo i suoi provvidi disegni. Gli uomini non sempre si accorgono della giustizia di Dio ed attribuiscono, specialmente i grandi cataclismi, alle leggi naturali. Un terremoto distrugge una città; una alluvione devasta un paese; un’eruzione vulcanica seppellisce una contrada; una violenta grandinata rovina un raccolto; una prolungata siccità rende inutile il lavoro dei contadini ecc. Questi fenomeni si possono spiegare mediante le leggi naturali, però chi opera è sempre Dio che, servendosi delle cause seconde, dà libero corso alla sua giustizia per punire qui la bestemmia, là la profanazione del giorno festivo, in un luogo l’impurità, in un altro luogo l’omicidio ecc. — Una conferma di questo ci viene dalla Madonna nella sua terza apparizione a Fatima, 13 luglio 1917: « La guerra (1914-18) sta per finiré, ma se gli uomini non cessano di offendere il Signore… ne incomincerà un’altra peggiore. Quando vedrete una notte illumrnata da una luce sconosciuta — (la così detta straordinaria aurora boreale che illuminò il cielo la notte dal 25 al 26 gennaio 1938) — sappiate che quello è il grande segno che vi dà Dio che prossima è la punizione del mondo per i suoi tanti delitti mediante la guerra, la fama e le persecuzioni contro la Chiesa e il Santo Padre)».
— E i giusti, i bambini, gl’innocenti?
Tanti dicono: Ma fra i peccatori non ci sono pure i bambini innocenti, i buoni? Perché devono soffrire anche loro se non hanno peccato? Questa difficoltà sorge perché noi in ogni tribolazione, in ogni sofferenza vediamo soltanto un castigo. Ma non è così, perché mentre il dolore è castigo per i peccatori, è fonte di meriti per i giusti, per gl’innocenti. — Non dobbiamo dimenticare che la felicità del Paradiso è proporzionata ai meriti e quindi i giusti, gl’innocenti avranno una gloria immensa in Cielo per le sofferenze subite sulla terra. Inoltre le sofferenze degl’innocenti, dei giusti riparano i peccati dei cattivi e attirano su di essi la misericordia di Dio. Con la moneta falsa non si può comprare nulla perché essa non ha alcun valore, invece con la moneta buona si può comprare quel che si vuole. Così la soffetenza del peccatore è moneta falsa davanti a Dio e non ha nessun valore. Invece la sofferenza del giusto, deIl’innocentQ è moneta buona ed ha un gran valore soddisfatorio, impetratorio e meritorio. E sono proprio le sofferenze dei buoni, degli innocenti che riparano l’offesa fatta a Dio dai peccatori, ottengono ad essi la conversione e la salvezza.
Cosa dice e ripete in proposito la Vergine di Fatima ai piccoli Lucia, Giacinta e Francesco? «Pregate, pregate molto e fate sacrifici per i peccatori, perché molte anime vanno all’inferno perché non c’è nessuno che preghi e si sacrifichi per esse…».
Questo appello materno al dolore dei buoni, degli innocenti per la salvezza dei peccatori è una conferma che viene dal Cielo sull’efficacia della preghiera e della sofferenza dei giusti per la salvezza dei peccatori.
Leggiamo una pagina, molto istruttiva al riguardo, della biografia di Aldo Marcozzi, nato nel 1920 e morto nel 1940, scritta dal P. Petazzi 5.3.
Questo giovane dall’età di dieci anni era stato colpito da artrite deformante che poco a poco lo ridusse ad una completa immobilità. Una signora, che lo conosceva da parecchio tempo, venuta a fargli una visita un giorno che la sofferenza gli toglieva quasi la forza di parlare, gli disse: «Senti, Aldo; tu che parli sempre del tuo Gesù e dici che egli è tanto buono e misericordioso, dovresti sapermi dire in che consiste la sua misericordia dal momento che ti dà tante sofferenze senza un po’ di compassione. Che cosa hai fatto di male in questo mondo per essere così castigato? Se egli è un Dio giusto, come tu sei convinto, non dovrebbe martoriarti così. Queste tue sofferenze le doveva dare a un delinquente, non ti sembra?». Aldo, assumendo un aspetto grave e raccogliendo le sue povere forze, disse: «Povera signora! Quanto mi fa pena! Lei vorrebbe che un Dio così onnipotente e d’infinità bontà facesse soffrire un delinquente e quale bene ne potrebbe ottenere? Non conoscendo questi l’amore di Gesù, non saprebbe offrire i suoi dolori per la gloria del Signore; la sua vita diverrebbe una continua bestemmia e offesa di Dio, e dopo tutto si dannerebbe per sempre. Questo il Signore non lo vuole. Sceglie invece un’anima pura che sappia offrire la sua vita per la salvezza dei suoi fratelli peccatori. Quindi io sono il più felice di questo mondo, felice di fare la volontà di Dio ora e sempre per la sua maggior gloria!». Quindi, ripetendo quanto è stato detto, le sofferenze mandateci su questa terra in castigo dei peccati sono sempre atti della misericordia di Dio perché esse ci vengono inflitte per distaccarci dal peccato, per convertirci, per evitare l’inferno e raggiungere il Cielo. Perciò quando Dio castiga il peccatore, agisce sempre per amore perché con i castighi Egli vuole convertino e salvarlo.
Inoltre le sofferenze, se noi siamo in grazia di Dio, se le accettiamo e le offriamo con pazienza al Signore, ci fanno espiare su questa terra tutta o parte della
pena temporane dovuta ai nostri peccati e quindi ci fa evitare, o almeno abbreviare le pene del Purgatorio, che, secondo la maggior parte dei teologi con S. Tommaso, non sono paragonabili alle sofferenze terrene, perché la sofferenza più leggera del Purgatorio supera immensamente le più gravi di questa vita terrena.

— Tre difficoltà —

1) — Molti dicono: Perché Dio fa prosperare i cattivi e soffrire i buoni?
Anzitutto chi sono i cattivi e i buoni? I cattivi sono coloro che, mettendo da parte ogni legge morale, vivono sfrenatamente dandosi in braccio a ogni sorta di piacere e assecondando l’orgoglio e la sensualità. Vivono senza timore di Dio curando solo di conservare la vernice dell’onestà per non sfigurare nella società.
I buoni sono coloro che si sforzano di osservare la legge di Dio e fanno sforzi per resistere alle attrattive del male. Lo sforzo per rimanere in grazia di Dio richiede molti sacrifici e quindi la vita dei buoni è cosparsa di spine.
Dopo questa chiarificazione diamo una breve risposta alla difficoltà:
Dio è infinitamente giusto per cui premia ogni opera buona e castiga ogni opera cattiva. Ora anche l’uomo più malvagio di questa terra, durante la vita, certamente fa qualche opera buona. Dio, prevedendo che costui, per la sua cattiva volontà e per la sua ostinazione nel male, si dannerà, non potendogli ricompensare in Paradiso quell’opera buona che ha fatto, gliela ricompensa su questa terra con la prosperità temporale, con abbondanza di beni materiali. Per questo i cattivi godono e prosperano su questa terra.
Al contrario Dio, prevedendo che i buoni per la loro buona volontà nell’amarlo e servirlo su questa terra si salveranno, li fa soffrire in questa vita per ricompensarli poi smisuratamente in Paradiso. — Dice Gesù (Gv. 15:1): «Io sono la vera vite ed il Padre mio è il vignaiuolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto lo toglie, e ogni tralcio che porta frutto lo pota perché porti più frutto». Perciò i buoni su questa terra vengono potati con le forbici delle tribolazioni, delle sofferenze affinché, portando con pazienza la croce ed esercitando le virtù, possano godere una incommensurabile felicità in Cielo proporzionata ai loro meriti.

2) — Nel mondo quanti peccati ci sono: bestemmie, scandali, impurità, omicidi, furti, ecc. Ora se è vero il detto «Non si muove foglia che Dio non voglia» si potrebbe dire che Dio voglia tanto male. Se Egli non volesse tutto questo male, questo non capiterebbe!
A quest’altra difficoltà diamo una piccola risposta. — Dio non vuole il male, anzi lo proibisce assolutamente a tutti con la minaccia dei castighi temporanei ed eterni. Infatti la legge di Dio dice: Non profanare il nome di Dio; non commettere atti impuri; non rubare; non ammazzare; ama il prossimo come te stesso, ecc. — Il Signore, quantunque non vuole il male, tuttavia su questa terra lo permette per rispettare la nostra libertà, domandandocene però conto nel giudizio particolare che avverrà subito dopo la nostra morte. Quindi i cattivi sono liberi — (certamente sempre fino ad un certo limite stabilito da Dio) — di fare il male. Ma Dio, nella sua infinita sapienza e potenza, dal male ricava sempre il bene facendo convergere tutto alla sua gloria e alla santificazione e salvezza eterna delle anime. Così per es. nella passione e morte di Gesù, il Padre Celeste permise il tradimento di Giuda; l’invidia e l’odio dei Farisei, dei sommi Sacerdoti e dei Capi del popolo che fecero condannare Gesù a morte; la vigliaccheria del governatore romano Pilato che, per timore di perdere il posto, condannò Gesù a morte, nonostante l’avesse riconosciuto innocente, ecc. Però Dio da tutto questo immenso male trasse il sommo bene della Redenzione dell’umanità.

3) — Alcuni dicono: Una volta che ci si è pentiti e confessati perché soffrire ancora?
Per espirare il male fatto. Un esempio illustra la risposta. — Un assassino viene condannato alla pena di morte o dell’ergastolo per i suoi delitti. Dopo 20-30 anni di buona condotta in carcere, egli inoltra domanda di grazia. Se il Capo dello Stato l’accetta, gli toglie la pena di morte o dell’ergastolo e lo fa rimettere in libertà. Però quell’uomo ha già espiati i suoi delitti con 30 anni di carcere. Così avviene per i peccatori pentiti e confessati. Con l’assoluzione del confessore il Signore toglie loro la pena dell’inferno eterno, però dovranno espiare i loro peccati o con le sofferenze di questa vita bene accettate e sopportate, oppure con le terribili sofferenze del Purgatorio. Conviene espiare la pena temporale dei peccati su questa terra le cui sofferenze sono immensamente inferiori a quelle del Purgatorio, ed anche perché, accettando e sopportando le sofferenze terrene con pazienza si acquistano meriti, mentre questo in Purgatorio non è più possibile. Perciò i buoni non dovrebbero mai lagnarsi delle sofferenze terrene, ma dovrebbero sottomettersi con gioia alla volontà del buon Dio che li vuole purificare in quella vita facendo loro guadagnare meriti e risparmiare del tutto o in parte le pene del Purgatorio.

TESORO SOTTO LA CROCE

Quando 5. Gregorio Magno era segretario alla corte di Costantinopoli, regnava sul trono di Oriente il giovane imperatore Tiberio Il. Costui, passando un giorno in un corridoio stretto ed oscuro del suo palazzo, vide scolpita una croce su una lastra di marmo del pavimento. «Signore, esclamò l’imperatore, noi ci segniamo con la tua croce la fronte, il petto e le spalle e poi la calpestiamO a terra? Non è possibile! E dà ordine di togliere subito quella lastra di marmo dal pavimento. Però sotto quella se ne trovò una seconda con lo stesso segno di croce. Tolta la seconda, la terza fino alla settima, le lastre portavano lo stesso segno di croce. Quando fece togliere anche quella ci fu una grande sorpresa: si trovò una cassetta piena di anelli d’oro, di verdi smeraldi, collane di perle, pallidi ametisti e tanti altri preziosissimi brillanti che l’imperatore guardava trasognato.
Come l’imperatore Tiberio ciascuno di noi attraversa il corridoio stretto ed oscuro della propria vita terrena. Ci si fanno incontro anni dolorosi segnati con la croce della sofferenza. Non disperiamoci, non lamentiamoci, ma ripetiamo anche noi: «Signore, noi ci segniamo con il segno della croce la fronte, il petto e le spalle e poi bestemmiamo, imprechiarno, ci lamentiamo quando ce la fai portare? No, ma vogliamo portare le nostre sofferenze con pazienza e dolce rassegnazione alla tua santa volontà perché alla fine della vita terrena, superata l’ultima croce, troveremo in Paradiso un tesoro incalcolabile di felicità eterna. Diceva Padre Pio al comico Campanini «Tutti quelli che ricorrono a me lo fanno per essere liberati dalle loro sofferenze, ma se costoro sapessero il grande Conclusione Per portare con pazienza e con gioia la nostra croce giornaliera, le nostre sofferenze, i nostri dolori di ogni giorno, dobbiamo scolpire nella nostra mente due verità:
1) – Nulla accade sia nel mondo materiale che in quello morale che Dio non abbia previsto, voluto o permesso fin dall’eternità.
2) – Tutto quello che accade nel mondo e a ciascuno di noi è voluto o pennesso da Dio per il nostro maggior bene e cioè per la nostra santificazione, per la nostra salvezza e per la nostra felicità eterna del Paradiso.
Se vivremo in pratica queste due verità allora anche noi ripeteremo con S. Francesco di Assisi: « E tanto il bene che io mi aspetto che ogni pena mi è diletto».

Ecco come il P. Giovanni Bigazzi S.J., morto il 13 luglio 1938, esprime il valore del dolore nell’ultima sua malattia: Il mio penare è una chiavina d’oro… piccola sì, ma che apre un gran tesoro.
È la croce, ma è la croce di Gesù:
quando l’abbraccio non la sento più.
Non ho contato i giorni del dolore; so che Gesù li ha scritti nel suo Cuore.
valore della croce, correrebbero incontro ad essa come i mondani corrono incontro ai piaceri.
Vivo momento per momento, e allora il giorno passa come fosse un’ora.
Mi han detto che, guardata dal di là, la vita tutta un attimo parrà.
Passa la vita, vigilia di festa; muore la morte.., il Paradiso resta.
Due stille ancora dell’amaro pianto, e di vittoria poi l’eterno canto.

Carissimo fratello, che oggi, con la grazia di Dio e l’assistenza della Madre Celeste, compi i Nove Primi Venerdì del mese secondo le intenzioni del Cuore di Gesù per ottenere la sua Grande Promessa, rifletti spesso sulla conclusione delle riflessioni di questo nono venerdì e sforzati di viverla nella vita pratica di ogni giorno ed allora vedrai la tua vita illuminata e riscaldata dall’amore sconfinato del Cuore di Gesù che con la sua Grande Promessa ti assicura il Paradiso: il Regno dell’Amore e della Felicità vera, piena ed eterna.

Preghiera per ottenere la forza di portare bene la nostra croce. Signore Gesù, abbi pietà di noi che abbiamo paura della Croce. Nonostante questa paura ti adoriamo, ti benediciamo, ti ringraziamo d’averla istituita: La Croce, salvezza del mondo!
La Croce, glorificazione di Dio!
La Croce, santificazione dei Santi!
Piega il nostro cuore ad amarla. Per virtù della Croce dà a noi:
la forza nel dolore, per non soffrire male la pace nel dolore, per soffrire bene iniziaci anche alla gioia nel dolore per soffrire molto bene come soffrono i Santi.
(P. Plus S.J.)

l Esempio

Il fatto avvenne nella città di Lovanio (Belgio) ed è narrato da un Sacerdote testimone di questa grazia singolare concessa dal Sacro Cuore di Gesù ad una pia signora di quella città, che era solita, conclusa una serie delle Comunioni dei nove primi venerdì, di cominciarne un’altra.
Era costei leggermente indisposta ed essendo vicino il primo venerdì del mese mandò ad avvertire il suo Confessore perché desiderava confessarsi e ricevere subito i Sacramenti. Il Sacerdote venne, la confessò per aderire al suo desiderio, ma quanto ad amministrarle il S. Viatico e l’estrema Unzione disse che non c’era una ragione sufficiente per farlo.
Si manda intanto a chiamare il dottor Levebre, insigne professore dell’università cattolica di Lovanio.
Al suo apparire la signora gli dice:
— Dottore siamo alla fine, desidero ricevere gli ultimi Sacramenti.
— Signora —, dice il dottore che era della stessa opinione del Sacerdote — per ricevere gli ultimi Sacramenti si richiede che vi sia almeno qualche pericolo di morte, mentre in lei non ve n’è alcuno, perciò non potrei in alcun modo dare il mio consenso.
La signora però tanto insistette e scongiurò di essere accontentata, che il Sacerdote, impensierito della sicurezza con cui ripeteva che tra poco sarebbe morta, finì col portarle la Comunione.
Appena comunicata in pochi istanti si ridusse agli estremi e si fece appena in tempo a somministrarle l’Estrema Unzione, ricevuta la quale, 4isse: «Ora bisogna lasciare tutto».
Ed in verità lasciava molto: un marito che era un angelo di bontà, quattro cari figliuoli e un ricchissimo patrimonio dalla cui rendita poteva sottrarre ogni anno una forte somma per opere pie.
— Bisogna lasciare tutto, — ripeteva — tale è la volontà di Dio; il mio cuore è in pace.
Pochi istanti dopo spirò con la dolce speranza di raggiungere il Paradiso promesso dal Sacro Cuore di Gesù ai suoi devoti.
(Milani: La Grande Promessa. Ediz. Luigi Favero – Vicenza).

2° Esempio

Una mattina di giugno — racconta il Sacerdote Ildebrando Antonio Santangelo (vedi opera citata) — fui chiamato al capezzale di Rosa M. Ella era ormai in corna per un colpo apoplettico. Dispiaciutissimo per non poterla confessare per riconciliarla con Dio, raccomandai ai parenti di chiamarmi sé essa avesse acquistato i sensi.
Dopo due giorni mi chiamarono. Rosa M. ragionava perfettamente. Si confessò, si comunicò e ricevette l’estrema Unzione con devozione. Meravigliato di tale lucidità improvisa e completa, le chiesi: Hai fatto forse i Nove Primi Venerdì? — Sì, mi rispose l’ammalata, molti anni addietro —.
Poco dopo perdette i sensi e morì.

FONTE: http://www.festadelladivinamisericordia.com/page/g-i-primi-venerdi-del-mese.asp

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