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“Sono 11 i peccati mortali. Io che ho visto l’inferno vi dico state lontani da loro”

 

Santa Faustina Kowaslka, così racconta nel suo Diario: 

“Oggi, guidata da un angelo, sono stata negli abissi infernali. E’ un luogo di grandi torture e lo spazio che occupa è vastissimo”.

“Queste le varie pene che ho viste: la prima pena, quella che costituisce l’inferno, è la perdita di Dio; la seconda, i continui rimorsi di coscienza; la terza, la consapevolezza che quella sorte non cambierà mai; la quarta pena è il fuoco che penetra l’anima, ma non l’annienta; è una pena terribile: è un fuoco puramente spirituale acceso dall’ira di Dio; la quinta pena è l’oscurità continua, un orribile soffocante fetore, e benché sia buio i demoni e le anime dannate si vedono fra di loro e vedono tutto il male degli altri ed il proprio; la sesta pena è la compagnia continua di satana; la settima pena è la tremenda disperazione, l’odio di Dio, le imprecazioni, le maledizioni, le bestemmie”.

rivelazioni inferno don bosco

“venite con me a vedere il Paradiso, il Purgatorio e l’Inferno”

La Madonna mostra ai veggenti di Medjugorje, Vicka e Jacov, l’aldilà !

Padre Livio di Radio Maria intervista la veggente Vicka di Medjugorje per testimoniare questo fatto.

Padre Livio: Dimmi dove eravate e che ore erano.
Vicka: Eravamo nella piccola casa di Jakov, quando la Madonna è venuta. Era un pomeriggio, verso le 15,20. Sì, erano le 15,20.
Padre Livio: Non aspettavate l’apparizione della Madonna?
Vicka: No. Io e Jakov di ritorno da Citluk siamo andati a casa sua dove c’era sua mamma (Nota: La mamma di Jakov ora è morta). Nella casa di Jakov c’è una camera e una cucina. Sua mamma era andata a prendere qualcosa per prepararci da mangiare, perché un po’ più tardi avremmo dovuto andare in chiesa. Mentre aspettavamo, io e Jakov ci siamo messi a guardare un album di fotografie. Improvvisamente Jakov è andato giù dal divano prima ancora di me e ho capito che la Madonna era già arrivata. Subito ci ha detto: “Tu, Vicka, e tu, Jakov, venite con me a vedere il Paradiso, il Purgatorio e l’Inferno”. Io mi sono detta: “Va bene, se così vuole la Madonna”. Jakov invece ha detto alla Madonna: “Tu porta Vicka, perché loro sono in tanti fratelli. Non portare me che sono figlio unico”. Diceva così perché non voleva andare.
Padre Livio: Evidentemente lui pensava che non sareste più tornati! (Nota: la riluttanza di Jakov è stata provvidenziale, perché rende ancora più credibile e reale il racconto).
Vicka: Sì, lui pensava che non saremmo più tornati e che saremmo andati per sempre. Io intanto pensavo quante ore o quanti giorni sarebbero stati necessari e mi chiedevo se saremmo andati in alto o in basso. Ma in un attimo la Madonna ha preso me per la mano destra e Jakov per la mano sinistra e il tetto si è aperto per lasciarci passare.
Padre Livio: Si è aperto tutto?
Vicka: No, non si è aperto tutto, ma solo quella parte che era necessaria per farci passare. In pochi istanti siamo arrivati in Paradiso. Mentre salivamo, vedevamo giù in basso le case piccole, più piccole di quando si vedono dall’aereo.
Padre Livio: Ma tu guardavi giù sulla terra, mentre venivate portati in alto?
Vicka: Mentre venivamo portati in alto, guardavamo giù.
Padre Livio: E che cosa vedevate?
Vicka: Tutto molto piccolo, più piccolo di quando si va in aereo. Intanto pensavo: “Chissà quante ore o quanti giorni ci vogliono!”. Invece in un momento siamo arrivati. Ho visto un grande spazio….
Padre Livio: Senti, ho letto in qualche parte, non so se è vero, che c’è un porta, con una persona piuttosto anziana accanto.
Vicka: Sì, sì. C’è una porta di legno.
Padre Livio: Grande o piccola?
Vicka: Grande. Sì, grande.
Padre Livio: E’ importante. Significa che vi entra tanta gente. La porta era aperta o chiusa?
Vicka: Era chiusa, ma la Madonna l’ha aperta e noi vi siamo entrati.
Padre Livio: Ah, come l’ha aperta? Si è aperta da sola?
Vicka: Da sola. Siamo andati verso la porta che si è aperta da sola.
Padre Livio: Mi pare di capire che la Madonna è davvero la porta del cielo!
Vicka: A destra della porta c’era S. Pietro.
Padre Livio: Come hai fatto a sapere che era S. Pietro?
Vicka: Ho capito subito che era lui. Con una chiave, piuttosto piccolo, con la barba, un po’ tarchiato, con i capelli. E’ rimasto uguale.
Padre Livio: Era in piedi o seduto?
Vicka: In piedi, in piedi, vicino alla porta. Appena entrati, siamo andati avanti, camminando, forse tre, quattro metri. Non abbiamo visitato tutto il Paradiso, ma la Madonna ce lo ha spiegato. Abbiamo visto un grande spazio avvolto da una luce che non esiste qui sulla terra. Abbiamo visto le persone che sono né grasse, né magre, ma tutte uguali e hanno vesti di tre colori: il grigio, il giallo e il rosso. Le persone camminano, cantano, pregano. Ci sono anche dei piccoli Angeli che volano. La Madonna ci ha detto: “Guardate quanto sono felici e contente le persone che si trovano qui in Paradiso”. E’ una gioia che non si può descrivere e che qui sulla terra non esiste.
Padre Livio: La Madonna vi ha fatto capire l’essenza del Paradiso che è la felicità che non finisce mai. “In cielo c‘è la gioia”, ha detto in un suo messaggio. Vi ha fatto poi vedere le persone perfette e senza alcun difetto fisico, per farci comprendere che, quando ci sarà la resurrezione dei morti, avremo un corpo di gloria come quello di Gesù Risorto. Vorrei, però, sapere che tipo di vestito indossavano. Delle tuniche?
Vicka: Sì, delle tuniche.
Padre Livio: Arrivavano fino in fondo ai piedi o erano corte?
Vicka: Erano lunghe e arrivavano fino in fondo.
Padre Livio: Di che colore erano le tuniche?
Vicka: Grigio, giallo e rosso.
Padre Livio: Secondo te, hanno un significato questi colori?
Vicka: La Madonna non ce lo ha spiegato. Quando Lei vuole, la Madonna spiega, ma in quel momento non ci ha spiegato perché hanno le tuniche di tre diversi colori.
Padre Livio: Come sono gli Angeli?
Vicka: Gli angeli sono come dei piccoli bambini.
Padre Livio: Hanno il corpo completo o solo la testa come nell’arte barocca?
Vicka: Hanno tutto il corpo.
Padre Livio: Indossano anche loro delle tuniche?
Vicka: Sì, ma sono corte.
Padre Livio: Si vedono le gambine allora?
Vicka: Sì, perché loro non hanno le tuniche lunghe.
Padre Livio: Hanno delle piccole ali?
Vicka: Sì, hanno le ali e volano al di sopra delle persone che sono in Paradiso.
Padre Livio: Una volta la Madonna ha parlato dell’aborto. Ha detto che si tratta di un grave peccato e ne dovranno rispondere coloro che lo procurano. I bambini invece non hanno colpa di ciò e sono come dei piccoli Angeli in cielo. Secondo te, gli Angioletti del Paradiso sono quei bambini abortiti?
Vicka: La Madonna non ha detto che i piccoli Angeli in Cielo sono i bambini dell’aborto. Ha detto che l’aborto è un grande peccato e che ne rispondono quelle persone che lo hanno fatto, e non i bambini.
Padre Livio: Siete, poi, andati in Purgatorio?
Vicka: Sì, dopo siamo andati in Purgatorio.
Padre Livio: Avete fatto tanta strada?
Vicka: No, il Purgatorio è vicino.
Padre Livio: Vi ha portato la Madonna?
Vicka: Si, tenendoci per mano.
Padre Livio: Vi faceva camminare o volare?
Vicka: No, no, ci faceva volare.
Padre Livio: Ho capito. La Madonna vi ha trasportato dal Paradiso al Purgatorio, tenendovi per mano.
Vicka: Anche il Purgatorio è un grande spazio. In Purgatorio, però, non si vedono le persone, ma solo si vede una grande nebbia e si sente…
Padre Livio: Che cosa si sente?
Vicka: Si sente che le persone soffrono. Sai, si sentono dei rumori….
Padre Livio: Ho appena mandato alle stampe il mio libro: “Perché credo a Medjugorje”, dove scrivo che nel Purgatorio si sentirebbero come dei pianti, delle grida, dei colpi…E’ esatto? Anch’io facevo fatica a trovare le parole giuste in lingua italiana per dare il senso di quello che tu dici in croato ai pellegrini.
Vicka: Non si può dire che si sentono dei colpi e neppure che si sentono dei pianti. Lì non si vedono le persone. Non è come il Paradiso.
Padre Livio: Che cosa si sente allora?
Vicka: Si sente che soffrono. E’ una sofferenza di diverso genere. Si sentono delle voci e anche dei rumori, come uno che si picchia…
Padre Livio: Si picchiano fra di loro?
Vicka: Si sente così, ma io non ho potuto vedere. E’ difficile, Padre Livio, spiegare una cosa che tu non vedi. Una cosa è sentire e un’altra è vedere. In Paradiso tu vedi che camminano, cantano, pregano, e quindi lo puoi riferire con esattezza. In Purgatorio si vede solo una grande nebbia. Le persone che si trovano lì aspettano le nostre preghiere per poter andare quanto prima in Paradiso.
Padre Livio: Chi ha detto che attendono le nostre preghiere?
Vicka: La Madonna ha detto che le persone che si trovano in Purgatorio aspettano le nostre preghiere per poter andare quanto prima in Paradiso.
Padre Livio: Senti, Vicka: la luce del Paradiso potremmo interpretarla come la divina presenza in cui sono immerse le persone che si trovano in quel luogo di beatitudine. La nebbia del Purgatorio, invece, che cosa sta ad indicare, secondo te?
Vicka: Per me, la nebbia è sicuramente un segno di speranza. Loro stanno soffrendo, ma hanno la certa speranza che andranno in Paradiso.
Padre Livio: Mi colpisce che la Madonna insista sulle nostre preghiere per le anime del Purgatorio.
Vicka: Sì, la Madonna dice che hanno bisogno delle nostre preghiere per andare prima in Paradiso.
Padre Livio: Allora le nostre preghiere possono abbreviare il Purgatorio.
Vicka: Se noi preghiamo di più, loro vanno prima in Paradiso.
Padre Livio: Adesso parlaci dell’Inferno.
Vicka: Sì. Prima abbiamo visto un grande fuoco.
Padre Livio: Toglimi una curiosità: si sentiva caldo?
Vicka: Sì. Eravamo abbastanza vicini e davanti a noi c’era il fuoco.
Padre Livio: Capisco. D’altra parte Gesù parla di “fuoco eterno”.
Vicka: Sai, noi vi siamo stati con la Madonna. Per noi è stato un modo diverso. Capito?
Padre Livio: Sì, certo! Certo! Eravate solo spettatori e non attori di quel tremendo dramma.
Vicka: Abbiamo visto le persone che prima di entrare nel fuoco…
Padre Livio: Scusami: ma il fuoco era grande o piccolo?
Vicka: Grande. Era un grande fuoco. Abbiamo visto le persone che prima di entrare nel fuoco sono normali; poi, quando precipitano nel fuoco, vengono trasformati in orribili animali. Si sentono tante bestemmie e le persone che urlano e gridano.
Padre Livio: Questa trasformazione delle persone in orribili animali per me sta a significare lo stato di perversione dei dannati che ardono nelle fiamme dell’odio contro Dio. Toglimi ancora una curiosità: queste persone trasformate in bestie mostruose hanno anche le corna?
Vicka: Cosa? Le corna?
Padre Livio: Quelle che hanno i diavoli.
Vicka: Sì, sì. E’ come quando tu vedi una persona, per esempio una ragazza bionda, che prima di entrare nel fuoco è normale. Ma quando va giù nel fuoco e poi ritorna su, si cambia in una bestia, come se non fosse mai stata una persona.
Padre Livio: ci ha detto Marija, nell’intervista fatta a Radio Maria, che quando la Madonna vi ha fatto vedere l’Inferno durante l’apparizione senza però portarvi nell’aldilà, questa ragazza bionda, quando è uscita dal fuoco, aveva anche le corna e la coda. E’ così?
Vicka: Sì, certo.
Padre Livio: Il fatto che le persone trasformate in bestie abbiano anche le corna e la coda per me significa che sono diventati come dei demoni.
Vicka: Sì, è proprio un modo di essere simile a demoni. E’ una trasformazione che avviene rapidamente. Prima di precipitare giù nel fuoco, sono normali e quando ritornano su sono trasformati.
La Madonna ci ha detto: “Queste persone che si trovano qui all’Inferno vi sono andate con la loro propria volontà, perché loro vi hanno voluto andare. Quelle persone che qui sulla terra vanno contro Dio già incominciano a vivere un Inferno e poi solo continuano”.
Padre Livio: Questo l’ha detto la Madonna?
Vicka: Sì, sì, lo ha detto proprio lei.
Padre Livio: La Madonna ha detto dunque, se non proprio con queste parole, però esprimendo questo concetto, che all’Inferno va chi ci vuole andare, ostinandosi ad andare contro Dio fino alla fine?
Vicka: Ci va chi vuole, certo. Va chi è contro la volontà di Dio. Chi vuole, va. Dio non manda nessuno. Tutti abbiamo la possibilità di salvarci.
Padre Livio: Dio non manda nessuno all’Inferno: l’ha detto la Madonna, o lo dici tu?
Vicka: Dio non manda. La Madonna ha detto che Dio non manda nessuno. Siamo noi che vogliamo andarci, per nostra scelta.
Padre Livio: Quindi, che Dio non manda nessuno lo ha detto la Madonna.
Vicka: Sì, ha detto che Dio non manda nessuno.
Padre Livio: Ho sentito dire o ho letto da qualche parte che la Madonna ha detto che non si deve pregare per le anime dell’Inferno.
Vicka: Per quelle dell’inferno, no. La Madonna ha detto che non si prega per quelle dell’Inferno, ma solo per quelle del Purgatorio.
Padre Livio: D’altra parte i dannati dell’Inferno non vogliono le nostre preghiere.
Vicka: Non le vogliono e non servono a niente.

 

 

Immagine dell’Articolo (il video è appena più sopra)

Rifiuta di staccare la spina al marito in coma, lui si risveglia senza memoria e si innamora di nuovo di lei. Storia di Matt e Danielle

Così due giovani sposi americani si sono “ritrovati” grazie alla fedeltà a una promessa. «Sapevo che Dio mi avrebbe aiutata, non ho pensato che fosse troppo per me»

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Di «esserti fedele sempre nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita», Danielle lo aveva promesso a Matt il giorno del loro matrimonio, e non ha mai avuto intenzione di tornare indietro. E la sua fedeltà è stata ripagata.

LA DECISIONE. Quando Matt Davis nel 2011, dopo soli due mesi di fidanzamento e sette di matrimonio con Danielle, entrò in coma a causa di un incidente stradale, i medici lo diedero per spacciato, invitando la moglie a non ostinarsi e a “lasciarlo andare”. «Dicevano che se fosse stato per loro avrebbero staccato la spina», ha spiegato la ragazza all’emittente Wtoc. Ma Danielle non aveva dubbi: suo marito non sarebbe morto né di fame e di sete né per mancanza d’ossigeno, ma sarebbe tornato a casa dove lei lo avrebbe curato. Matt aveva appena 26 anni e lei 27, ma era assolutamente certa che «Dio mi avrebbe aiutata ad attraversare questa situazione, non ho pensato che fosse troppo per me». Disse alla madre che anche se Matt fosse rimasto per sempre incosciente avrebbe voluto sistemarlo in una stanza da cui si poteva vedere il panorama: «Se dobbiamo portarlo a casa, almeno facciamo in modo che goda della vista migliore del mondo».

UN ALTRO “SÌ”. Danielle portò il marito in casa, occupandosi di lui 24 ore al giorno, girandolo nel letto per evitare le piaghe da decubito, pulendolo, somministrandogli una ventina di farmaci al giorno e cambiandogli il tubo dell’alimentazione. Qualche settimana dopo, nonostante le basse probabilità di risveglio, ricorda la ragazza, «notammo che Matt cercava di parlare, più che altro era un sussurro, quindi gli misi in mano il suo cappello, chiedendogli di metterselo in testa. Dopo averglielo ripetuto più volte ansimò: “Ci sto provando!”. È stata la cosa più grandiosa che abbia mai sentito!». Purtroppo, però, ripresa coscienza, Matt non ricordava di essersi mai sposato e nemmeno sapeva chi fosse quella Danielle. L’incidente gli aveva cancellato dalla memoria gli ultimi tre anni di vita. Ma proprio come era accaduto la prima volta che si erano incontrati, Matt vedendo Danielle rimase nuovamente folgorato: «La vidi e mi dissi: “Sì”», ricorda il ragazzo. Certo, ci volle un po’ di tempo perché la donna si convincesse che il marito un giorno sarebbe tornato quello di prima, ma alla fine quella certezza arrivò. Precisamente il giorno in cui Danielle chiese a Matt che cosa desiderasse mangiare e lui, con un sussurro appena udibile, rispose: «Pollo alla buffalo avvolto nel formaggio». Il suo cibo preferito.

matt danielle ginnasticaIL FILM. Da tre anni la giovane sposa lavora senza sosta sia per il recupero del marito (che da poco è tornato a camminare) sia per mantenere la famiglia. E dato che l’assicurazione ha smesso di coprire i trattamenti, nonostante il fatto che a Matt serviranno più di 10 anni per riprendersi completamente dal trauma, Danielle ha messo in piedi anche una raccolta fondi per lui. La storia di questi due giovani di Savannah, Georgia, ne ricorda un’altra – vera anch’essa, ma a parti invertite – che ha ispirato un film prodotto nel 2010 (La memoria del cuore). È la storia di Krickitt Carpenter e di suo marito Kim: proprio come Matt, nel 1993, dopo dieci settimane di matrimonio, Krickitt finì in coma in seguito a uno scontro in auto e si risvegliò senza ricordare nulla di quanto era accaduto nei due anni precedenti. «Una volta che ho accettato di essere sposata a quest’uomo di nome Kim e di aver fatto un incidente, ci sono semplicemente stata», ha detto l’anno scorso Krickitt in un’intervista al Christian Post. «Mi sono assolutamente fidata del disegno che Dio aveva su di me (…). Siamo lieti che Dio usi questa storia per la sua gloria». Anche per Kim, conferma lui stesso, si è trattato di mantenere «una promessa» fatta «davanti a Dio». E quando qualcuno adesso parla della loro storia come un caso «straordinario, unico, eroico», spiega l’uomo, quelle parole «ci rattristano», perché «siamo un uomo e una donna che hanno semplicemente fatto ciò che avevano detto di voler fare». Finché morte non li separi.

Leggi di Più: Matt e Danielle come il film La memoria del cuore | Tempi.it

Il Sacrilegio Eucaristico: Quando si compie e perché?

santissima eucarestia

LA COMUNIONE DATA DAI SACERDOTI SULLE MANI AI FEDELI
O DA MANI NON CONSACRATE AL MINISTERO DEL SACERDOZIO

 

Articolo tratto da https://gloria.tv/article/EVBahfotFvH

Sono nato nel 1963, sono entrato in seminario nel 1983 e sono stato ordinato sacerdote nel 1990. La mia formazione teologica non è stata assolutamente “conservatrice” o “preconciliare”, ma fin da ragazzo ho sentito istintivamente un senso di disagio nel dare o ricevere la Santa Comunione sulla mano.
Poche sere fa, insieme al Direttore Gianluca Barile, ho avuto modo di discutere dell’argomento a cena con il Cardinale Francis Arinze, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, che si è detto assolutamente contrario all’amministrazione della particola sulla mano. Attraverso i secoli, illustri teologi e grandi mistici ci hanno insegnato che la Santa Eucarestia è veramente il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Gesù Cristo.
I Padri del Concilio di Trento definirono il Divino Sacramento con precisione e cura, San Tommaso d’Aquino ci ha insegnato che, al di là della venerazione verso questo Sacramento, toccare ed amministrare il Sacramento spetta solo al sacerdote o al diacono. Per secoli, i genitori cattolici, a casa, così come le suore docenti a scuola e le catechiste in parrocchia, hanno insegnato che era sacrilegio per chiunque toccare l’Ostia Santa, tranne che per il sacerdote o il diacono. Attraverso i secoli, i Papi, i vescovi, i preti ci hanno insegnato la stessa cosa, non tanto con le parole, ma con l’esempio, specialmente con la celebrazione della Messa secondo il rito di San Pio V, in cui c’era, in ogni gesto che il sacerdote faceva, profondo rispetto per il Divino Sacramento, in quanto vero Corpo di Cristo.
Dunque, l’introduzione della Comunione sulla mano dimostra un’inosservanza di quanto i nostri Padri, lungo i secoli, ci hanno insegnato. E benché questa pratica sia stata introdotta ed erroneamente presentata come uno sviluppo liturgico autentico del Concilio Vaticano II, in realtà la Comunione sulla mano non solo non è uno sviluppo liturgico autentico ordinato dal Concilio Vaticano II, ma mostra disobbedienza e disprezzo totali nei confronti di secoli di insegnamento e pratica.
La Comunione sulla mano fu introdotta sotto un falso ecumenismo, attraverso compromessi e falso senso di tolleranza, portando ad una profonda irriverenza ed indifferenza verso il Santissimo Sacramento. La Comunione sulla mano non è menzionata in nessun documento del Vaticano II, né se ne parlò nei dibattiti conciliari. Prima del Vaticano II non c’è testimonianza storica di vescovi, preti o laici che abbiano richiesto ad alcuno l’introduzione della Comunione sulla mano.
Al contrario, chiunque crebbe nella Chiesa preconciliare, ricorderà chiaramente che gli fu insegnato che era sacrilegio per chiunque, tranne che per il prete, toccare l’Ostia Sacra. Lo mette in evidenza l’insegnamento di San Tommaso d’Aquino, il quale nella sua Summa Teologica spiega : “Dispensare il Corpo di Cristo spetta al sacerdote per tre ragioni: perché egli consacra nella persona di Cristo. Ma come Cristo consacrò il Suo Corpo nell’Ultima Cena e fu Lui che ne diede agli altri per essere condiviso da loro, così, come la consacrazione del Corpo di Cristo spetta al sacerdote, anche la distribuzione spetta a lui; perché il prete è l’intermediario stabilito tra Dio e il popolo, quindi spetta a lui offrire i doni del popolo a Dio, così spetta a lui distribuire i doni consacrati al popolo; perché, al di là del rispetto per questo Sacramento, nulla lo può toccare tranne ciò che è consacrato; allo stesso modo solo le mani del sacerdote lo possono toccare. Quindi a nessun altro è lecito toccarlo, tranne che per necessità, per esempio se stesse per cadere a terra, o altro, in qualche caso di emergenza” (ST. III, Q 82, Art. 13). San Tommaso, che nella Chiesa è il principe dei teologi, la cui Summa Theologica fu posta sull’altare vicino alle Scritture durante il Concilio di Trento, chiaramente insegna che spetta al prete e soltanto a lui toccare e distribuire l’Ostia Sacra, che solo ciò che è consacrato (le mani del sacerdote) deve toccare il Consacrato (l’Ostia Sacra).
La Comunione sulla mano certamente fu praticata nella Chiesa antica, ma attenzione: gli uomini potevano ricevere l’Eucarestia sulla mano, mentre le donne non potevano riceverla sulle mani nude e dovevano coprirle con un indumento chiamato domenicale. Nel quarto secolo, San Cirillo di Gerusalemme insegnava ai fedeli che si doveva ricevere il Santissimo Sacramento con rispetto e attenzione. Con il passare del tempo, man mano che il rispetto ed il discernimento della vera natura del Santissimo Sacramento, grazie alla guida dello Spirito Santo, crebbe e si perfezionò, la pratica di porre l’Ostia sulla lingua del comunicando divenne sempre più diffusa, così che non ci fosse la più remota possibilità che la più piccola particella cadesse a terra e fosse dissacrata. La Comunione sulla mano fu condannata come un abuso al Sinodo di Rouen nell’anno 650, così che si può dire con ragionevole certezza che, grazie al desiderio di maggior rispetto e come salvaguardia contro la dissacrazione, era la norma ricevere l’Ostia sulla lingua.

di Don Marcello Stanzione

Sacrilegio eucaristico in chiesa e per le strade del mondo comunione sulla mano

“Quella tremenda decisione che mi avrebbe poi perseguitato per il resto della vita”

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«Io, madre comprata per 8mila dollari»
«Mi sono offerta come madre surrogata in un forum on line»

03-02-2016

Diversi politici e quasi tutti i media favorevoli al disegno di legge Cirinnà, si stanno dando da fare in questi giorni – soprattutto dopo la manifestazione del 30 gennaio al Circo Massimo – per specificare e sottolineare come l’istituto della stepchild adoption contenuto nel ddl stesso, non abbia nulla a che fare con la pratica dell’utero in affitto.  Che questa sia una palese menzogna, è stato già ampiamente dimostrato su queste colonne. Il disegno di legge che il Senato si appresta a votare nei prossimi giorni, prevede eccome la legalizzazione della maternità surrogata e la prevede esplicitamente (articolo 5) – seppur nell’incomprensibile linguaggio politichese. Ma allora, perché tanto spendersi per negare la verità? Cosa si vuole nascondere?

Mettiamo da parte, per un istante, gli approfondimenti giuridici, politici e sociali sul tema. E facciamo parlare la vita. Perché è la vita che inevitabilmente sbatte in faccia la verità, anche quella che non si vuole guardare. Perché è la vita – quella fatta di lacrime e sangue, di carne e di viscere – che dimostra che c’è un limite oltre il quale l’uomo non si dovrebbe spingere. Perché è la vita che grida, senza compromessi, che la legge deve proteggere l’uomo e non spingerlo verso la sua distruzione e condannarlo al peggiore degli incubi. E, invece, è proprio in un terribile incubo che la vita di Elisa Gomez si è trasformata negli ultimi nove lunghissimi anni.

«Il mio nome è Elisa Gomez. Ho tre figli. La terza non la vedo più da quando ha due anni mezzo. Ora ne ha quasi nove». Inizia così il racconto di questa donna americana che nel 2006 ha preso «la peggiore decisione della vita»: diventare una madre surrogata. «Senza saperlo né immaginarlo in quel giorno di otto anni fa, sul tavolo di quel ristorante, ho firmato la mia riduzione in schiavitù». Non lo sapeva Elisa che quella scelta avrebbe portato con sé uno tzunami devastante di sofferenza, per lei e per i suoi tre figli.  Non lo poteva sapere Elisa o forse non lo voleva sapere. Erano tanti i problemi, anche economici, che in quel momento stavano affossando la sua vita. E quella scelta le parve una soluzione così possibile, così praticabile, che ci si aggrappò senza pensarci troppo.

«Nel 2006», spiega la Gomez, «la mia figlia maggiore iniziò ad avere gravi difficoltà a causa di suo padre che l’abbandonò quando era ancora molto piccola. Questa situazione mi provocò molti problemi sul posto di lavoro: essendo una madre single, ero l’unico genitore per i miei figli e insieme ero anche l’unica persona che potesse provvedere alla stabilità finanziaria della famiglia. La disperazione di dover mantenere da sola i miei figli e il fatto che, per questo, non potessi mai trascorrere del tempo con loro, mi fece prendere quella tremenda decisione che mi avrebbe poi perseguitato per il resto della vita». Per Elisa tutto gioca incredibilmente a vantaggio di quella scelta che si realizza con estrema semplicità: in Minnesota (Usa), il Paese della donna, la maternità surrogata è legge ormai da anni.

«Mi sono offerta come madre surrogata in un forum on line», racconta Elisa. «Non c’era alcunaconsulenza legale, né erano previsti avvocati per rappresentarmi, anche perché non me li potevo permettere. Incontrai diverse coppie commitenti e, alla fine, scelsi una coppia gay. Inizialmente, furono meravigliosi. Decidemmo insieme di usare i miei ovociti e il mio utero per una maternità surrogata». La maternità di Elisa procede senza intoppi e la coppia garantisce alla donna che potrà rimanere la madre della bambina. «Mi pagarono 8.000 dollari per mettere al mondo mia figlia e consegnarla a loro. Ma a una condizione: io sarei sempre stata presente nella vita di mia figlia come la sua madre». Evidentemente il piano ha molte falle. Se da un lato la donna non può vantare alcuna protezione legale, dall’altra lo Stato del Minnesota tutela giuridicamente l’istituto della maternità surrogata. Insomma, una forma di schiavitù legalizzata, ovviamente, a senso unico.

E, infatti, ben presto inizia a rivelarsi come tale, con tutte le sue agghiaccianti conseguenze. «Le cosecambiarono drasticamente al momento del parto. In ospedale, la coppia non mi lasciò mai sola nemmeno un secondo, anche quando li implorai di farmi dormire. Non riuscii a riposare per quaranta ore di fila. Poi la mia bambina vide la luce e subito mi sentii legata a lei per sempre. Lei era mia figlia e io lo sapevo, me lo sentivo dentro. Sapevo anche che non potevo lasciarla andare, ma ero estremamente esausta e confusa per tutta quella situazione. La coppia iniziò ad insistere per farmi dimettere dall’ospedale: io iniziai a piangere, piansi per tutto il tempo, fino a quando mi trovai letteralmente scaricata fuori dalla porta di casa mia. Da sola. Senza la mia bambina». La donna è fuori di sé, si sente come incastrata, dentro ad un incubo. Le cose peggiorano giorno dopo giorno e lei non ha la forza di comprendere quello che sta accadendo, né tantomeno di reagire.

«Non mi lavavo più, non mangiavo più, mi sentivo come se fossi un fantasma di me stessa. Masoprattutto mi sentivo come se la mia bimba, mia figlia fosse morta. Non avrei mai potuto immaginare lo strazio che avrei provato nel vedere mia figlia strappata dalle mie braccia. Il dolore che ho provato e che provo tuttora non si può descrivere, è come un bruciore nelle ossa, una ferita che punge ogni fibra dei miei muscoli». Nel frattempo la coppia taglia ogni comunicazione con la donna e abbandona lo Stato del Minnesota facendo perdere ogni traccia di sé e della bambina. «In quel momento nessuno dei due uomini compariva ancora sul certificato di nascita della bambina: si trattava a tutti gli effetti di un rapimento, ma le autorità mi trattavano come se la figlia non fosse mia».

Da quel momento Elisa inizia un’estenuante battaglia legale. «Nel primo processo il giudice stabilìche potevo vedere mia figlia solo quattro ore al mese per un paio di mesi e mi ordinò di pagare gli alimenti per il suo mantenimento. Solo più tardi venni a sapere che ci fu un accordo alle mie spalle tra il giudice e il perito legale: tutti loro, insieme alla coppia di uomini, erano parte della comunità Lgbt della quale io non ero parte.  Questo stesso giudice»,  continua la Gomez, «mi mandò poi da otto psicologi: voleva a tutti i costi dimostrare che ero instabile di mente. Ma tutti e otto i medici dissero che ero in perfetta salute mentale, stavo solo soffrendo le pene dell’inferno per il fatto di non poter vedere la mia bambina. I due uomini, invece, mi coprivano di minacce, molestie e insulti ed erano sempre troppo ubriachi per prendersi cura di mia figlia.  Ho diversa documentazione che dimostra tutto questo. Ma il giudice, per dar ragione alla coppia di uomini, ha silenziato me e i miei avvocati, emettendo il divieto di pubblicazione degli atti del processo».

Purtroppo queste sono solo le battute d’inizio di un processo che va avanti da oltre otto anni eche sta strappando mamma e figlia dal momento stesso della nascita. «Non dimenticherò mai», conclude la Gomez, «le telefonate che feci alla coppia di uomini i primi giorni dopo la nascita di mia figlia: la sentivo urlare disperata in sottofondo. Mi dissero che si addormentava sfinita solamente sul seggiolino della macchina: era l’ultimo posto dove aveva visto la sua mamma».

É questo il racconto che Elisa Anna Gomez ha rilasciato ieri in una conferenza stampa organizzatadaToni Brandi (ProVita) e Lucio Malan (Forza Italia) presso la Sala Nassirya del Senato. Quello stesso Senato che in questi giorni si appresta a votare la legge che legittima anche in Italia l’orrenda, bestiale e inaccettabile pratica dell’Utero in Affitto. Sarà per questo che molti, in questi giorni, parlando del ddl Cirinnà sentono di aver qualcosa da negare e nascondere?

di Costanza Signorelli

Fonte: lanuovabq.it

Quel sonetto mariano composto dal diavolo!

Quel sonetto mariano composto dal diavolo…!

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Una singolare esperienza negli Esorcismi: il Diavolo costretto a tessere gli elogi della Vergine Immacolata, persino componendo per lei un sonetto di alta ‘mariologia’.
Tutti gli esorcisti sanno quanto sia efficace, durante gli Esorcismi, invocare la Vergine, per ragioni ben note che il Demonio stesso è stato costretto a rivelare. Infatti, talvolta Dio obbliga il Diavolo a dire la verità.
Vediamo come in qualche occasione questi sia diventato un ottimo apologista della Madonna.
Un giorno Padre Candido, il famoso esorcista della “Scala Santa” a Roma, interrogò il Demonio: “Come mai reagisci di più quando invoco la Madonna che quando invoco Gesù?”. Ecco la risposta: “Perché sono più umiliato ad esser vinto da una semplice creatura”.
Un’altra volta un esorcista bresciano, don Faustino Negrini, impose al Demonio di dire che cosa lo spaventa di più in Maria. Il Diavolo rispose: “Perché è la più umile di tutte le creature, mentre io sono il più superbo. È la più ubbidiente e io sono il più ribelle. È la più pura e io sono il più sozzo”.
A mia volta, dopo aver ricordato a Satana questa sua ultima risposta, in cui la Vergine veniva esaltata come la più umile, la più ubbidiente e la più pura di tutte le creature, gli comandai che mi dicesse quale è la quarta virtù per cui ha tanta paura della Madonna. Subito mi rispose: “È la sola creatura che mi vince sempre, perché non è mai stata sfiorata dalla più piccola ombra di peccato”.
La forza di Maria contro Satana, dovuta alle quattro virtù elencate, è un modello anche per noi. Non sappiamo i piani di Dio su Maria, per preparare la ‘parusia’; ma sappiamo l’aiuto che ella ci dà ora, come madre nostra in ordine alla salvezza; quindi, in particolare, in ordine alla lotta contro il peccato.
L’inimicizia tra la Donna dell’Apocalisse e il Drago perdura sempre e la lotta è senza tregua. Paolo è molto chiaro al riguardo: “Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del Diavolo. La nostra battaglia, infatti, non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti” (Ef 6, 11-13).
L’opposizione inconciliabile della Vergine Immacolata al Diavolo tentatore ci dice come il ricorso a lei nelle tentazioni del Male e nelle prove della vita ci invita a confidare nel potere d’intercessione di Maria.
Un sonetto mariano composto dal Diavolo
Nel 1823, ad Ariano Irpino (Avellino), due celebri predicatori domenicani – p. Cassiti e p. Pignataro – furono invitati ad esorcizzare un ragazzo. Allora si discuteva ancora fra i teologi sulla verità dell’Immacolata Concezione, che fu poi proclamata dogma di fede trentun anni dopo, nel 1854. Ebbene, i due frati imposero al Demonio di dimostrare che Maria era Immacolata; e per di più – da bravi ‘buffoni’ napoletani – gli ingiunsero di farlo mediante un sonetto, una poesia di quattordici versi endecasillabi, a rima obbligata. [E si noti che l’indemoniato era un ragazzino di appena dodici anni, per di più analfabeta]. Subito Satana pronunciò questi versi:
“Vera Madre son io di un Dio che è Figlio
e son figlia di Lui benché sua Madre.
Ab aeterno nacque Egli ed è mio Figlio,
nel tempo io nacqui eppur gli sono Madre.
Egli è il mio Creator ed è mio Figlio,
son io sua creatura e gli son Madre.
Fu prodigio divin l’esser mio Figlio
un Dio eterno, e me aver per Madre.
L’esser quasi è comun, tra Madre e Figlio,
perché l’esser dal Figlio ebbe la Madre
e l’esser dalla Madre ebbe anche il Figlio.
Or se l’esser dal Figlio ebbe la Madre,
o s’ha da dir che fu macchiato il Figlio
o senza macchia s’ha da dir la Madre”.
Pio IX si commosse quando lesse questo sonetto, che gli fu presentato in occasione della proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria.

di Padre Gabriele Amorth

Il Purgatorio per San Pio da Pietrelcina SACERDOTE DEI DUE MONDI

Molti Santi ebbero grande devozione per le Anime del Purgatorio. In questa devozione si distinse anche Padre Pio da Pietrelcina: egli ha sempre avuto una grande devozione per loro.

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La Passione di Gesù su Padre Pio da Pietralcina: Testimonianza di Fra Modestino

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Tutti i dolori della Passione

Quando ricevetti l’incarico di archiviare gli indumenti di Padre Pio cominciai con i Paramenti e gli oggetti sacri usati dal Padre nelle Celebrazioni Eucaristiche. Passai poi agli indumenti personali.
Ognuno potrà immaginare con quale trepidazione mi inoltravo in quel lavoro, interrotto solo per la preghiera comune, per il pranzo e per il riposo. […].
Tra le mani avevo le prove tangibili di tutta la martirizzante sofferenza subita dall’amato Padre, nel suo continuo stato vittimale. Sangue, sangue, sangue dappertutto! Una enorme quantità di pannolini che erano serviti a tamponare le effusioni ematiche della ferita del costato. Ognuno corredato dalla dichiarazione dei reverendi Confratelli che li avevano raccolti, datati e conservati. Guanti bianchi usati dal Padre per lavarsi il viso, e calzini di cotone bianco. Tutti con le indelebili impronte delle ferite, aperte nelle mani e nei piedi, segnate dal sangue assorbito e che rivelava, perfino con alcune piccole croste, il foro che le stigmate avevano aperto nella sua carne, squarciandola.
Una emozionante scoperta la feci nello spiegare cinque fazzoletti intrisi di rosso: con i primi tre Padre Pio aveva asciugato il sudore della sua fronte, con gli altri due aveva asciugato le sue lagrime. Lo confermava una dichiarazione allegata di Padre Onorato Marcucci che, il 6 maggio 1965, dopo aver asciugato il sudore sulla fronte e sul viso di Padre Pio, s’era accorto che era sangue. Quindi non si trattava di normale sudorazione o di comuni lagrime: Padre Pio aveva pianto lagrime di sangue; come Gesù nell’orto degli ulivi, aveva sudato sangue! […].
Pregai intensamente Padre Pio. Gli chiesi perdono a nome di tutti per le incomprensioni, per i dispiaceri volontari ed involontari arrecatigli, dissi grazie per ciò che aveva patito per noi, gli chiesi conferma se effettivamente aveva pianto e sudato sangue. Ebbi l’impressione, in quel momento, di sentire una locuzione interna con cui il Padre mi assicurava: «Ho fatto per le anime la stessa offerta che fece Gesù nell’orto del Getsemani. Mi sono associato alle sofferenze di Cristo».
Proseguii nel mio lavoro con mani e cuore tremanti, quando, ecco, un’altra profonda emozione mi era riservata. Notai, tra le altre, una camicia tutta macchiata di sangue. La dichiarazione acclusa, vergata il Venerdì Santo del 1921, la definiva «camicia della flagellazione».
Rimasi fortemente impressionato! Era di lino, rattoppata, con le maniche lunghe. Doveva coprire il corpo del Padre probabilmente fino alle ginocchia. La spiegai delicatamente e, quale cruento spettacolo per i miei occhi!: macchie di sangue dappertutto, di sudore sieroso, specie in prossimità dei reni.
Lasciai sul lettino quella camicia insanguinata e scoppiai in pianto dicendo: «Non sono degno…». Ora capivo, in tutta la sua ampia realtà, quella frase che in un mattino di maggio del 1947, in Coro, mi disse, con gli occhi umidi di pianto: «Figlio mio, la mia vita è un continuo martirio».
Già nell’Epistolario (I, p. 669) avevo letto che Padre Pio pativa la flagellazione «quasi una volta per settimana», ma, avere tra le mani la prova di quel supplizio, era per me terrificante. Certamente egli sentiva fisicamente i colpi del flagello pur senza la rottura della carne.
Era tardi quella sera e, dopo tante emozioni provate, mi sorprese il sonno. Sognai Padre Pio che mi parlò della sua flagellazione e mi disse: «Figlio mio, quando una piaga è aperta si soffre di meno perché il sangue defluisce più facilmente. Ma il dolore è davvero insopportabile se il sangue è costretto a uscire dai pori».
L’indomani mi convinsi che Padre Pio aveva vissuto e sofferto tutti i dolori di Gesù. La Passione del Signore si era, per cinquant’anni, ripetuta in lui.
Sudore e lagrime di sangue, flagellazione, ferite alle mani, ai piedi, al costato, coronazione di spine. Per associazione di idee mi ricordai che ero stato testimone anche di quest’ultimo evento, non taciuto tra l’altro dal Padre stesso ai suoi Direttori spirituali (cf. Epistolario I, p. 669).
Infatti, nel gennaio del 1945, quando ancora non arrivavano molte persone a San Giovanni Rotondo, servivo la Santa Messa dell’alba celebrata da Padre Pio alla presenza di una ventina di persone. A quei tempi la Messa del Padre durava da un’ora a un’ora e mezza.
Stanco di stare in ginocchio, mi spostai al lato dell’altare per continuare ad assistere, in piedi, al Santo Sacrificio. Da quella posizione potevo seguire con molta attenzione i gesti, i movimenti, le lagrime e i sospiri, il profondo raccoglimento di Padre Pio.
Quando i miei occhi si posarono sulla fronte e dietro la nuca del Celebrante, notai che la sua carne, in quel punto, sembrava come intrecciata e sulla fronte presentava dei foruncoletti simili a punture di spine.
Spesso, poi, Padre Pio portava il dito medio della mano destra alle tempie e faceva dei gesti come se volesse sollevare qualcosa che gli stava dando fastidio. Notai, infine, conficcata nella sua fronte, una piccola croce di circa tre centimetri.
Ripresi il mio lavoro; ma avevo il cuore e la mente che mi scoppiavano. Capivo i fenomeni mistici che quegli indumenti di Padre Pio rivelavano, ma non riuscivo a rendermi conto del come potevano essere avvenuti.
La fonte sicuramente doveva essere stata il cuore del Padre, così pieno d’amore per il Signore e per i fratelli.

Fra Modestino da Pietrelcina,
Io… testimone del Padre, pp. 75-78

Gloria Polo – “Sono stata alle porte del Cielo e dell’inferno” – Video Testimonianza

cielo e inferno
La testimonianza di una donna Colombiana, Gloria Polo, dell’Esistenza del Paradiso, del Purgatorio e dell’Inferno, a seguito del suo decesso per arresto cardiaco dopo essere stata colpita, con suo nipote, da un fulmine. Il giudizio e la seconda opportunità di Gloria sono un Bene Assoluto per l’Umanità che non deve rimanere indifferente e convertirsi alla Chiamata del Signore. Con questa bellissima, indimenticabile, struggente testimonianza dell’Amore e Misericordia di Gesù Dio Figlio, e con Lui, di Dio Padre e di Dio Spirito Santo nella Santissima Trinità, abbiamo tutti una opportunità di Conversione e di Salvezza. Quello che ci viene chiesto, come dice Gloria nella Testimonianza, è di ricambiare di Cuore, sebbene miseri esseri umani, l’Amore di Dio, onorandolo con le nostre azioni, opere, preghiere, rispettando i Dieci Comandamenti, giacchè ogni peccato grave e pienamente voluto è mortale per l’anima (e come sentiremo nell’intervista anche per il corpo. Gloria, attraverso il racconto della sua vita, ci mostra come si può diventare facili prede di lucifero, il demonio, che svuota l’intelligenza umana fino ad accecarla totalmente, portando le anime all’inferno nella dannazione vera, indescrivibile, senza alcuna Via d’uscita.